Esistevano delle marcate differenze fra gli abitanti delle varie città fenicie, e queste diversità non potevano che essere trasferite anche sul piano della pratica religiosa. Va ricordato che siamo comunque di fronte a un popolo semitico e che i semiti avevano abbracciato una visione religiosa che contemplava la fede in una divinità vista come Essere supremo, chiamato con il nome EL.
Questa radice della religione fenicia, nel tempo si trasformerà in un politeismo che distinguerà i fenici dalle altre popolazioni semitiche, ma che manterrà comunque un residuo di monoteismo. Tale pensiero verrà trasfuso nella concezione teologica per la quale la divinità è unica e in essa si assommano tutti i modi di essere e di operare propri della Divinità, ma che si può solo concepire nella diversità e molteplicità dei fenomeni. La moltitudine dei fedeli tenderà ad affidarsi e a invocare la protezione contro le avversità dei fenomeni naturali e le malattie a un pantheon religioso, che spesso si riduce a molteplici nomi, riti e dediche indirizzati ai diversi aspetti e forme della manifestazione della suprema divinità.
Siamo perciò di fronte a una serie di problemi per ricostruire, in maniera accettabile e sufficientemente coerente, la religione dei Fenici. La concezione della divinità appare tendenzialmente unitaria, ma ciò non esclude che esistano diversi nomi per indicarla ed è quanto poi si è riscontrato nelle varie denominazioni della suprema Divinità maschile adottate nelle diverse città fenicie. E’ questo il motivo per cui alcuni storici non parlano né di politeismo né di monoteismo, ma di enoteismo, cioè una concezione teologico-religiosa che consiste nell’invocare e celebrare una Divinità particolarmente venerata, ma senza giungere a una concezione strettamente monoteistica.
Abbiamo poc’anzi accennato alle rivalità esistenti tra le diverse città fenicie e questo fatto si traduceva, sul piano religioso, nell’adozione di vari appellativi e nomi della suprema divinità maschile. Nel fondo di queste diversità c’era la volontà di ogni singola città di affermarsi come differente da tutte le altre fino al punto di avere propri culti, miti e tradizioni, giungendo alla decisione di avere proprie divinità “cittadine”. Tale diversità spesso consisteva nell’adottare un nome diverso o un appellativo aggiuntivo, mantenendo comunque invariate le credenze religiose di base.
Se è comune a tutte le comunità fenicie un dio sul tipo di Baal, esso avrà un nome diverso in ogni città: a Tiro si trova il dio Melqart (re della città); a Sidone si adora Eshmun; a Biblo Adone (Signore); a Berito Elium (derivato da El); a Cartagine Hammon (o Baal Hammon); e in alcuni casi possono essere diverse anche alcune caratteristiche e peculiarità.
Stesso discorso va esteso anche alla divinità femminile, dal momento che la dea paredra (che siede accanto, sposa o compagna) che assurgeva al ruolo di divinità laddove la sovranità del dio era meno accentuata, veniva invocata con diversi nomi a seconda della città: Astarte a Sidone, Baalat Gebal a Biblo, Tinnit o Tanit a Cartagine.
D’altra parte, per completare questo breve accenno al pantheon fenicio, sia l’esistenza e il culto per la dea paredra (certamente in posizione secondaria rispetto a Baal), sia la concezione di un Dio che muore per poi rinascere regolarmente ad ogni primavera, compaiono nei riti di ciascuna città...
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