Il suo primo giorno di lavoro come apprendista minatore, Giuseppe lo trascorse per una buona mezz'ora a firmare fogli. A dire il vero i fogli erano solo due, ma l'operazione richiese da parte del giovane aspirante minatore un notevole impegno di tempo e di fatica. La sua istruzione scolastica venne interrotta bruscamente dopo soli tre mesi di frequenza delle Regie Scuole Elementari. La pagella, al termine del primo trimestre, non lasciava alcuna possibilità di continuare il percorso scolastico: 2 in lettura; 2 in calligrafia; 2 in aritmetica, messi in rilievo dall'inchiostro rosso e con un invito pressante rivolto ai genitori del ragazzo dal maestro, Cav. Piras. "Giuseppe è pronto per iniziare la carriera di pastore! Non fategli perdere altro tempo a scuola!" All'epoca, sette anni erano sufficienti per fare piccoli lavori: in campagna i maschietti e in casa le femminucce. "E' tempo che vada dietro le pecore" , disse perentorio Antonio Sulis. Il padre di Peppino condivise senza riserve il competente giudizio del Cav. Piras, una vera autorità nel campo scolastico. L'anziano maestro possedeva una particolare predisposizione, rafforzata dall'acume affinato nel tempo, per l'individuazione precoce del mestiere adatto ai suoi scolari di breve e brevissimo corso. Le sue sentenze non prevedevano alcuna obiezione da parte dei genitori, anch'essi, tempo addietro, destinatari di analoghe consulenze didattiche accompagnate da indicazioni sul percorso lavorativo vivamente raccomandato dall'austero Cavaliere. La gamma delle professioni e dei mestieri praticabili dai ragazzetti poco o nulla predisposti per un futuro accademico, si esauriva in due alternative: custode di pecore o custode di capre. E fu così che il suggerimento del maestro Piras trovò totalmente d'accordo Antonio Sulis, anch'egli, qualche decennio addietro, av-viato prematuramente al mestiere di servo pastore, senza averlo neanche ultimato il primo trimestre della prima elementare. Il giudizio inappellabile dell'insegnante giunse al termine del mese di ottobre del 1875. I teneri germogli ricoprivano gene-rosamente i pascoli delle colline di Montecciu in seguito alle prime piogge autunnali: c'era bisogno di reclutare nuovi garzoni per custodire le greggi! Il problema della firma venne comunque brillantemente risolto da Peppino. Nel suo logoro portafoglio Giuseppe aveva opportunamente inserito un foglietto che ripor-tava in bella grafia (opera di sua moglie Filomena) il suo nome e cognome; non gli restava che ricopiarlo in calce ai documenti da firmare. Operazione non facile, ma neppure impossibile, che fu portata a buon fine nel giro di una decina di minuti. Superato lo scoglio delle firme, Giuseppe superò anche quello della visita medica. Venne poi accompagnato al magazzino del cantiere per il ritiro degli scarponi da lavoro e del copricapo, in pratica un berretto di tela rinforzato da uno strato di cuoio ( all'epoca nelle miniere non era in uso alcun genere di elmetto). Il giovane fu istruito sulle principali norme da ris-pettare all'interno della miniera: una serie di informazioni sulla gerarchia di co-mando e sui divieti e gli obblighi da osservare durante il lavoro. Le informazioni gli furono fornite dal caposquadra nel locale che ospitava la gabbia, cioè il montacarichi che veniva utilizzato per il trasporto degli operai e dei materiali vari all'interno della miniera. La discesa dell'ascensore prevedeva cinque fermate, ciascuna in corrispondenza dei diversi livelli di profondità con il relativo accesso alle gallerie scavate nel cuore della montagna per sfruttare il serpeggiante filone del minerale. Sempre accompagnato dal caposquadra. Peppino trascorse dieci minuti di vero terrore: l'infernale discesa a 250 metri di profondità , giù giù sino alla fermata del quinto e ultimo livello del pozzo Sella fu decisamente una esperienza traumatica. All'uscita dalla gabbia, Peppino fu colto da uno stordimento e da una confusione che per poco non gli fecero perdere l'equilibrio. Le parole di Emilio Manis, il caporale, gli ronzavano in testa; faceva fatica a capirle e lo rintronarono ancora di più: "Tranquillo, fra un po' ti passa. Col tempo ti abituerai. La discesa è comunque una passeggiata rispetto al lavoro in galleria". Non fu un buon inizio. Dall'ampio vano che ospitava la fermata dell'ascensore si accedeva alla galleria principale che per i primi trenta, quaranta metri era piuttosto spaziosa e bene illuminata da numerose lampade sistemate nella volta e alle pareti. Il primo impatto con il sottosuolo fu accettabile anche se non esattamente accogliente. La situazione cambiò radicalmente quando Peppino e il suo caposquadra imboccarono una delle tre gallerie che si aprivano a pochi metri di distanza l'una dall'altra e dirette alla ricerca delle parti più ricche del filone mineralizzato. All'improvviso, lo scenario peggiorò e l'ambiente divenne sempre più ostile. Giuseppe ebbe quasi un sussulto; gli parve all'improvviso di rivivere un'esperienza assai spiacevole che gli capitò molti anni prima. Aveva non più di sei o sette anni. Un caldo pomeriggio d'estate, il suo gruppetto di amici, tutti ragazzini, diede inizio a una prova di coraggio, che prevedeva l'entrata, uno per volta, in una piccola grotta posta ai piedi della collina sovra-stante Montecciu. L'ingresso era piuttosto angusto per il primo breve tratto, ma poi la cavità si apriva all'improvviso in una grotta molto ampia al cui centro si trovava una pozza poco profonda alimentata dalle infiltrazioni causate dalle piogge. La prova consisteva nel riempire un bottiglia nella pozzanghera. Ciò comportava la permanenza di qualche minuto in quell'ambiente buio. Venne sorteggiato Peppineddu per il primo ingresso. Tutto bene fino a quando lo sciabordio dell'acqua provocato dal ragazzino mentre riempiva la bottiglia, non risvegliò il sonno di una dozzina di pipistrelli che svolazzarono per pochi attimi al di sopra la testa del terrorizzato bambino. In un baleno Peppino si ritrovò fuori dalla grotta e ancora urlava per un residuo di terrore che gli scorreva lungo la schiena. Quella notte, il povero ragazzo non riuscì a dormire a lungo. Appena socchiudeva gli occhi per il sonno, rivedeva quella macchia indistinta di pipistrelli che lo assalivano e lui che urlava a perdifiato: "Su tintirriolu, mamma! Su tintirriolu" (Il pipistrello mamma! Il pipistrello!). La prova di coraggio, da quel giorno, venne esclusa dai giochi del gruppetto di amici! Per un attimo, Giuseppe Sulis tornò col pensiero a quella brutta esperienza e quasi non gli riusciva di proseguire, ora, laggiù in quella specie di girone infernale che era la miniera. Peppino poco sapeva dell'inferno dantesco, ma il collegamento con la grotta dei pipistrelli, quello sì, fu immediato. Le gambe s'irrigidirono e il giovane quasimi-natore, iniziò a sudare freddo, nonostante laggiù la temperatura superasse i 35 gradi: da un momento all'altro, Giuseppe temeva che centinaia di pipistrelli gli saltassero addosso! Fu solo una questione di pochi secondi, ma lunghi un'eternità. La galleria, a mano a mano che si procedeva, veniva illuminata fiocamente dalle lampade ad acetilene che i due uomini reggevano; ed era sempre più angusta, bassa e stretta non più di due metri o poco più. La volta e le pareti nere trasudavano per l'umidità e apparivano a Giuseppe sempre più opprimenti sia per lo spazio ristretto sia per l'aria soffocante, quasi fetida che là sotto stazionava, priva com'era di qualsiasi ricambio. Percorso che ebbero i primi cento, centocinquanta metri, cominciarono a udire nitidamente i rumori che provenivano dal fondo della galleria. La squadra dei minatori che lavoravano all'avanzamento era composta da due perforatori, che assalivano con i loro motopick ad aria compressa le pareti e, con molta cautela, la volta della galleria. C'erano anche tre minatori che frantumavano con le mazze e i picconi i massi più grossi che altri due operai caricavano sui vagoncini che venivano quindi avviati al montacarichi. Il frastuono, la polvere, il caldo, la semioscurità conferivano all'ambiente un as-petto terrificante, infernale. A un cenno di Emilio Manis, Giuseppe si fermò al suo fianco e insieme aspettarono che i due perforatori bloccassero i loro martelli dopo che il caporale, urlando, attirò l'attenzione su di sé. Una breve presentazione e il nuovo arrivato iniziò il suo lavoro: caricare il vagoncino di una ventina di massi e poi spingerlo sino al montacarichi. La robustezza delle braccia, delle gambe e della schiena di Peppino gli permisero di superare quel tirocinio niente affatto trascurabile. Ma non era questa la parte peggiore del lavoro laggiù, sottoterra. Per una fatica analoga affrontata all'aria aperta. Giuseppe Sulis non si sarebbe di certo lamentato. La fatica la conosceva, la forza non gli difettava; gli mancavano però, già dal primo giorno da minatore, il cielo, il sole, l'aria. Gli mancavano quegli elementi della natura che costituivano la necessaria cornice dei suoi giorni, passati magari al freddo, oppure sotto un sole crudele, e per cibo, spesso, una sola fetta di pane rinsecchito come il sughero. E quella simbiosi tra Giuseppe e i luoghi che lo videro nascere e poi crescere pur nella sofferenza quotidiana gli erano penetrati nella testa, come confessava ai pochi, distratti e sempre più rari interlocutori. E nella sua testa - pur appartenendo a un illetterato quasi analfabeta - albergavano anche pensieri che non appartenevano esclusivamente alla sfera puramente materiale della quotidianità, di quella rozza e ruvida quotidiana lotta per la sopravvivenza, ma che si allargavano sino a immergersi nella natura circostante in una sorta di appagamento e di sicurezza, derivante quest'ultima dalla familiarità dei luoghi. Pochi condividevano la sua resistenza a vivere lontano da Montecciu e in molti anzi lo incoraggiavano a tentare la fortuna altrove. Ma la fortuna non era compresa nel suo orizzonte, né quello prossimo né quello remoto, mentre il rischio di andare incontro a dolorose batoste era maledettamente concreto: tanto valeva non andare a cercarsele lontano da casa. Là sotto, l'aveva capito subito, non si lavo-rava: si moriva, ogni attimo. Si moriva dieci, cento volte ogni giorno. Già dal primo impatto, Peppino capì che non era quello il lavoro adatto a chi era vissuto, come lui, a Montecciu; zappando certo, sudando eccome, ma respirando. Aria, aria, aria, implorava sottovoce, soffocando una irresistibile voglia di mollare tutto e scappare. Al diavolo le 245 lire al mese; al diavolo la miniera; al diavolo tutto! Almeno un mese, comunque, doveva resistere, a tutti i costi. Non poteva tornare da Filomena a mani vuote, deluso, distrutto e sconfitto. Non poteva essere tanto vile da fuggire a gambe levate per la debolezza, per la paura. Tutto il paese, ormai, sapeva che lui, Giuseppe Sulis, aveva trovato un bel posto di lavoro nella miniera di Gennemari. Un posto di lavoro sicuro, con una paga mensile certa. Molti di coloro che lo conoscevano, sicuramente non avevano perso l'occasione per parlare di Peppino e della sua sfacciata fortuna. Non era difficile immaginare come gli uomini del paese commentavano l'emigrazione di Peppino: "Tra un mese o due, vedrai che anche Filomena lo raggiunge laggiù: gli assegnano una bella casa vicino alla miniera e a fare lo zappatore, Peppineddu non ci penserà più". E invece lui, Peppino, già stava pensando di tornare a Montecciu al più presto e a presentarsi ogni mattina in piazza Funtanedda, con la sua zappa portata a spalla e con la speranza di poterle fare almeno dieci o magari quindici giornate in un mese. Ricominciare così a fare lo zappatore - per sei lire e cinquanta al giorno -non sarebbe poi stato così pesante come fare il minatore... Ritorno a Montecciu. Gennaio del 1921 fu il mese più lungo della sua vita; ma per fortuna finì anch'esso. Con grande disappunto del suo amico Aldo Poddighe, Peppino mise fine all'avventura in miniera, al posto fisso, e all'emigrazione a corto raggio. Ritirò le sue 215 lire (dalla busta paga furono trattenute le 30 lire per l'alloggio); riempì lo zaino con le sue povere cose, e salutò la miniera di Gennemari. Il suo fu un addio deciso, senza alcun rimpianto, senza pentimento alcuno. E fu un saluto accompagnato da un gesto che non lasciava adito ad alcun dubbio; un gesto deciso, più loquace di qualsiasi discorso!
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