LA DANZA DEL DRAGO - capitolo finale (4)

Peppino pensava di aver urlato, ma ciò non accadde. Un nodo alla gola divenne un groppo che lo stava soffocando; l'irrefrenabile istinto di vendetta richiedeva il suo olocausto. Ora! Subito! Il fucile da caccia usato per molti anni dal padre si trovava nella casupola attigua alla sua casa; il piccolo edificio, ormai un rudere, era utilizzato come ripostiglio di cianfrusaglie di poco o nullo valore. Non ci fu bisogno di forzare la serratura in quanto la stessa (un semplice catenaccio che abbassandosi teneva chiuse le due ante) si poteva azionare dall'esterno con l'utilizzo di un temperino. Nel piccolo locale c'era anche un vecchio forno costruito con mattoni crudi e non più acceso ormai da anni. Al suo interno, in un vano appositamente ricavato con la rimozione di alcuni mattoni, si trovava il fucile e alcune cartucce caricate a pallettoni che era stato occultato (e avvolto con una vecchia e logora giacca di orbace) da Peppino prima della sua partenza per l' America. Non gli rimase che caricare l'arma e mettere altre cinque, sei cartucce in tasca. Ma quello della vendetta - che avrebbe trovato il suo compimento di lì a poco - non fu il solo pensiero che si fece spazio, tremendo e inarrestabile nella mente di Giuseppe Sulis. E allo stesso modo in cui un fulmine illumina un paesaggio notturno rendendolo visibile in tutta la sua estensione, sino in fondo, a far risaltare le lontane e severe creste delle montagne, il giovane rivide in pochi attimi lo scorrere impetuoso e crudele della sua esistenza. E in quel brevissimo tempo - poco più che un istante - si materializzarono solo le immagini - ombre sfuggenti e confuse - riferite ai momenti dolorosi. Rivide la grotta dei pipistrelli e poi tutte le notti trascorse a guardia del gregge; rivide il suo calarsi in miniera; il funerale della piccola Isabella. E rivide le onde che assalivano senza tregua la nave durante il viaggio in America e ancora quello più recente del ritorno. Immagini insopportabili che gli schiacciavano la testa. Non riuscì a vedere i giorni della felicità, quelli del matrimonio, della festa che si protrasse per tre giorni tra balli, canti, banchetti e allegria. E ora che finalmente il sogno americano avrebbe potuto realizzarsi... E poi non gli fu difficile individuare - in un successivo e subitaneo bagliore - i visi dei suoi amici che ridevano senza alcun ritegno, ricordandogli che l'America, quella del piacere, l'aveva trovata un giovane intraprendente che riceveva regolare accoglienza da Filomena. Ma poteva il povero Peppino cercare un'uscita dignitosa dall'inestricabile ragnatela dei giudizi, dei sospetti, degli sberleffi, delle storielle piccanti che sul suo conto sicuramente erano già state diffuse chissà da quanto tempo?

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