(2) Un giorno Deborah prese la cesta con suo figlio Menuchim e la mise sul carro del vetturino diretto a Kluczysk dove abitava il rabbi. Urlando, Deborah si getto sulla folla in attesa, ma lei aveva fretta di avere dal rabbi una parola di conforto sul futuro del suo piccolo Menuchim. E allora spingeva da parte i deboli, nessuno pote' trattenerla. Come una fiaccola ondeggiante nel vento avanza Deborah. Deborah cadde ai piedi della porta del rabbi, finalmente. Qualcuno aprì la porta. Lei rimase sulla soglia, con entrambe le braccia tese presentò al rabbi, che le voltava le spalle, il suo figliolo. Deborah udi' la voce del rabbi: "Menuchim, figlio di Mendel, guarirà. Pari a lui non ce ne saranno molti in Israele. Il dolore lo farà saggio, la deformità buono, l' amarezza mite e la malattia forte. Non temere r va'a casa".
Deborah, la grazia nel cuore, tornò a casa.
Alcuni giorni dopo il suo ritorno Deborah ritenne giunto il momento di slegare la cesta di Menuchim dal soffitto e consegnò il piccolo ai figli più grandi. "Portatelo a paseggio e state attenti a non farli cadere". I fratelli di Menuchim avevano invece tutt'altre intenzioni e anziché prendersi cura del piccolo, si divertivano a farlo cadere anziché sorreggerlo. Spesso lo mettevano in in angolo, dentro un sacco. Un giorno d'estate che pioveva, i ragazzi trascinarono Menuchim fuori di casa e lo ficcarono nel tino in cui si era raccolta l'acqua piovana e
nuotavano vermi, rimasugli di frutta e croste di pane ammuffite. Lo tennero per le gambe storte e tuffarono una dozzina di volte il suo testone nell' acqua. Ma Menuchim resistette a tale tortura: rantolava, sputava acqua e vermi, ma respirava, non era morto come avrebbero voluto i suoi fratelli.. Ancora per tutto il pomeriggio aspettarono la morte d Menuchim. Menuchim non mori.
Dall' edizione italiana del 1977 Adelphi
traduzione di Laura Terreni.
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