LA DANZA DEL DRAGO - capitolo finale (2)

Ancora una quarantina di minuti di camminata che non poteva essere spedita per via della valigia. e ancor più rallentata dal percorso cosparso di buche e pietre; era giusto un sentiero quello che il giovane percorse, piuttosto che una strada. E nei brevissimi attimi di sosta necessari per riprendere fiato e allentare il peso dell'ingombrante bagaglio, si ritrovava con lo sguardo rivolto all'insù quasi a cercare in quell'immenso cielo ricamato da migliaia di stelle quelle che gli erano più familiari, quelle che da giovanissimo pastore gli fecero compagnia in tante notti trascorse all'addiaccio, e che ora, al suo ritorno a casa dopo quasi un anno di assenza, lo accolsero e lo accompagnarono per l'intero tragitto. Troppe le stelle dei limpidi cieli di Montecciu: migliaia, pensava Peppino, che non era a conoscenza di numeri più grandi e che neppure aveva un'approssimativa cognizione di quella parola inusuale: migliaia, appunto, anche se - ne era fermamente convinto - si trattava di un numero molto, molto grande. Non aveva mai sentito parlare di milioni né tanto meno di miliardi. Le sue scarse conoscenze di matematica gli sbarravano il passo al numero di quaranta; con qualche sforzo arrivava fino a cinquanta. Un numero - cinquanta - assai elevato per contare le pecore, gli ulivi, le lire; che importanza poteva avere per lui conteggiare le cose e gli animali oltre quella soglia? Ma il cielo era talmente carico di stelle che non restava altro al povero uomo che ricorrere al numero indefinito e grandioso di migliaia; e quella parola gli sembrava più che sufficiente: più oltre si sfiorava l'impossibile, l'assurdo!

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