SULLE ORME DEI FENICI IN SARDEGNA - di L.Concas - EDIZIONE KINDLE AMAZON -

Intorno alla metà del II millennio si verificò una gravissima crisi del potere minoico e ciò permise agli achei (micenei) d’insediarsi nelle città-palazzo dell’isola di Creta (Cnosso e Festo) e di occupare il vertice di potere nella società cretese. Verso il 1200 a.C., però, i documenti micenei (tavolette) registrarono numerosi preparativi militari diretti alla difesa delle città in seguito a imminenti pericoli rappresentati da potenti e sconosciute popolazioni che si apprestavano a invadere la penisola greca. Il pericolo forse arrivava dal mare, se prestiamo fede ai documenti egiziani e ittiti che parlano dell’arrivo dei Popoli del mare. I Paesi minacciati furono oggetto di numerose ondate d’invasione che causarono distruzioni, saccheggi e sconvolgimenti politici che proseguirono per decenni coinvolgendo nel caos e nella catastrofe i territori dell’intera area anatolica, siriana e palestinese. I Micenei, che pure avevano rappresentato per diversi secoli una potenza economica e militare di notevole livello, non riuscirono a fermare l’ondata d’invasione e i palazzi dei regnanti achei vennero conquistati, saccheggiati e distrutti. Pur restando ancora da appurare alcuni punti oscuri, sappiamo che la violenza degli invasori mise fine a quella che fu una delle più luminose civiltà dell’intero Mediterraneo. La Grecia ripiombò di colpo nella preistoria e conobbe allora un periodo che per alcuni secoli divenne così oscuro e tragico che vide le popolazioni sopravvissute abbandonare persino l’uso della scrittura. Ma con fatica, dopo molti secoli bui, e grazie anche a nuovi flussi immigratori, la Grecia riprese il cammino verso la civiltà e potè illuminare con il genio dei suoi popoli la cultura occidentale. L’Egitto, regnando Ramesse III, dopo decine d’anni di sconfitte, riuscì ad arginare l’avanzata dei Popoli del mare, ma dovette rinunciare al possesso della Palestina. Questi enormi sconvolgimenti politici ed economici permisero, attorno all’XI secolo, ad altre popolazioni del Vicino Oriente ( Filistei, Siriani, Cananei e i loro successori Fenici) di occupare lo spazio vuoto lasciato dai Micenei nei commerci marittimi anche nelle rotte del Mediterraneo occidentale, soprattutto alla ricerca di metalli. I metalli più richiesti nei ricchi mercati orientali erano l’argento, lo stagno, il rame, il piombo, e queste materie prime si trovavano dislocate notoriamente nell’estrema parte occidentale del Mediterraneo, coste italiane tirreniche (Etruria), francesi (Golfo del Leone) e in quelle iberiche. I commercianti e navigatori che dal secolo XI in avanti ripresero a solcare l’intero Mediterraneo vengono solitamente definiti Fenici soprattutto dagli scrittori greci. Non dobbiamo comunque dimenticare che con questo nome riportato nelle cronache dell’epoca s’intendeva indicare un insieme di popoli, tra i quali i siriani, i filistei e i ciprioti, oltre naturalmente gli abitanti delle città fenicie. Le navi dirette verso il Mediterraneo Occidentale, nel loro viaggio di andata seguivano la rotta meridionale lungo le coste egiziane e quelle del Maghreb (termine con il quale gli arabi indicano l’Occidente) cioè quelle libiche, tunisine, algerine e marocchine. Se la loro meta era invece il litorale dell’Italia centrale (prevalentemente quello toscano ricco di giacimenti metalliferi) la navigazione si svolgeva lungo le coste greche e quelle italiane (calabresi, siciliane), rotta che poteva prevedere anche soste o approdi lungo la costa orientale tirrenica della Sardegna. Il percorso di ritorno dalla penisola iberica sfruttava la corrente marina che a partire dallo stretto di Gibilterra va poi a lambire le coste meridionali delle Baleari e la costa sud occidentale della Sardegna. La navigazione (utilizzando presumibilmente naviglio di stazza non superiore alle quattro-cinquecento tonnellate) si svolgeva per lunghi tratti sotto costa, sia per evitare i pericoli del mare aperto (pur essendo la navigazione limitata ai cinque, sei mesi dalla metà della primavera fino all’inizio dell’autunno) sia per la necessità logistica di avere dei sicuri ripari e facili approdi necessari anche per l’indispensabile approvvigionamento dell’acqua e del cibo. Si trattava di viaggi molto impegnativi, considerati anche i tempi di percorrenza che potevano superare i settanta, ottanta giorni. Questo fatto non poteva che originare regolari escursioni esplorative dei territori retrostanti i punti di approdo e di sosta soprattutto per i necessari rifornimenti. Esplorare il territorio circostante aveva comunque il duplice scopo di accertare il livello di bellicosità delle popolazioni residenti, instaurare i primi tentativi di baratto per l’approvvigionamento del cibo e procedere nella ricerca di eventuali giacimenti di minerali (soprattutto filoni superficiali e singoli affioramenti). Con il tempo si diede l’avvio alla nascita delle stazioni marittime di appoggio, che diventeranno fondachi o depositi di merci, laddove si accertava sia l’idoneità del territorio sia l’accoglienza sufficientemente pacifica delle popolazioni indigene per quel tentativo di insediamento che, pur avendo un carattere prevalentemente commerciale, non sempre veniva visto favorevolmente. La crescente pressione militare esercitata alle loro frontiere orientali e settentrionali dall’Impero assiro e, nel Tirreno, l’ingombrante presenza greca che si estese fino alle foci del Rodano (dove coloni provenienti da Focea, città ionica dell’Asia Minore, fondarono Massalia, l’attuale Marsiglia), spinsero le città fenicie a trasformare gli scali commerciali, attivi lungo le rotte del Mediterraneo occidentale, in più stabili insediamenti a difesa dei loro traffici commerciali. Si diede quindi inizio a una colonizzazione vera e propria che vide la nascita di centri fenici in Sicilia, nel nord Africa, in Sardegna, in Spagna e nelle Baleari. Vennero fondate numerose colonie: Cartagine (situata a una quindicina di chilometri dall’attuale Tunisi), Mozia (sorta su un’isoletta nello stagnone di Marsala), Palermo, Nora, Caralis, Sulcis e Tharros tra le più importanti. Questi insediamenti coloniali con il tempo si resero indipendenti dalle lontane città della Fenicia e attorno al VI – V secolo a.C. trovarono in Cartagine la loro nuova guida politica e militare. Ciò che però nacque come protezione richiesta dalle stesse città (ipotesi questa messa recentemente in dubbio), divenne in seguito un completo assoggettamento di buona parte delle antiche colonie fenicie alla più potente città punica. La “colonizzazione di popolamento” avanzava nel bacino occidentale del Mediterraneo, ma nel frattempo le città fenicie del Vicino Oriente (nel periodo compreso tra la fine del IX sec. a.C. e gli ultimi anni dell’VIII) cadevano una dopo l’altra sotto il controllo degli Assiri. All’inizio del IV secolo, dopo la morte di Alessandro Magno e la conseguente disgregazione dell’immenso Impero Macedone, la Fenicia venne a far parte dei regni ellenistici con la conseguente penetrazione demografica e linguistica greca che provocò la fine della storia autonoma dei popoli fenici. Ma la cultura dei Fenici sopravisse al di fuori dei territori asiatici (anche grazie alla supremazia di Cartagine nei confronti delle antiche colonie e al suo ruolo di Potenza antagonista di Roma) in quanto seppe realizzare stabili insediamenti e solide basi nell’area del Mediterraneo occidentale. Di questo ruolo esercitato per circa quattro secoli da Cartagine se ne avvantaggiarono anche le numerose città fenicie fondate nei secoli precedenti e che continuarono a prosperare fino al loro totale assoggettamento alla inarrestabile potenza di Roma (III-II sec. a.C.). In Sardegna la fase di transizione e assimilazione della cultura romana proseguì fino al II sec. d.C. quando si spensero gli ultimi bagliori della civiltà fenicio - punica. LA RELIGIONE Collocare, nella maniera più attendibile possibile e coerente con le testimonianze che possediamo, il fenomeno religioso che ha interessato un gruppo umano, un popolo, una nazione distante migliaia d’anni dal nostro tempo, risulta un’impresa estremamente difficoltosa; ma non del tutto impossibile, laddove le testimonianze archeologiche ed epigrafiche hanno lasciato delle tracce, seppure frammentarie e incerte. Nel caso dei Fenici, la documentazione in possesso degli storici è comunque arricchita dalle fonti classiche (greche, soprattutto) che aiutano a ricostruire un quadro, per la sua stessa natura, assai complicato. Resta, comunque, estremamente arduo il compito di penetrare il pensiero religioso, ma una ricostruzione dei cerimoniali, delle funzioni, dei riti, e delle pratiche funerarie può aiutare a farci un’idea del ruolo che le credenze religiose hanno avuto nelle società del passato. Il problema di penetrare nello spirito di una religione sorta e praticata in un passato ormai remoto è oltremodo complesso nel caso dei Fenici. In primo luogo occorre ricordare che non siamo in presenza di uno Stato unitario che abbraccia un credo religioso esteso alla maggioranza della popolazione. Ci troviamo invece di fronte a un’organizzazione politica che si basa sull’autonomia di numerose città-stato che, pur accomunate dalla lingua e stanziate in un territorio sufficientemente delineato nei suoi confini fisici, ha fatto della propria diversità (comprese le tradizioni e le pratiche religiose) motivo di orgoglio. Esistevano delle marcate differenze fra gli abitanti delle varie città fenicie, e queste diversità non potevano che essere trasferite anche sul piano della pratica religiosa. Va ricordato che siamo comunque di fronte a un popolo semitico e che i semiti avevano abbracciato una visione religiosa che contemplava la fede in una divinità vista come Essere supremo, chiamato con il nome EL.

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