Tentativo di emigrazione.
Sul finire del 1920, si spense definitivamente l'epidemia della Spagnola, lasciando dietro di sé un tale carico di morti che il mondo dovette attendere un'altra guerra mondiale, la seconda, per contare una analoga ecatombe. Il numero degli abitanti di quello sperduto microcosmo che era Montecciu nei cinque anni che separavano l'inizio delle ostilità dalla cessazione della terribile influenza fu drasticamente ridotto: la febbre dei tre giorni e la follia della Grande Guerra fecero un ottimo la-voro al riguardo. L'impiegato addetto all'Anagrafe del paese fu costretto a intestare un nuovo regi-stro per il protocollo dei decessi con un anticipo, rispetto alla normale durata del quadernone, di almeno quattro, cinque anni. Si poteva pensare che, venendo a mancare oltre un centinaio di giovani, i sopravvissuti alle due catastrofi avrebbero trovato più facilmente una occupazione nelle aziende agricole di Montecciu o del circondario. Ciò non avvenne. Con grande stupore degli aspiranti lavoratori giornalieri, la richiesta di braccianti si assottigliò ancora di più. La crisi economica che sopraggiunse con la fine della guerra e poi ancora a causa dell'epidemia, fu un duro colpo per le poche attività agricole della zona. Un colpo mortale. Restavano pochissime soluzioni per tentare una scappatoia alla crisi economica che in pochi anni aveva ridotto in miseria la maggior parte dei paesi sardi. Una di queste soluzioni era il lavoro in una delle numerose miniere che stavano ampliando i loro impianti di estrazione. Il lavoro di Filomena, alcune giornate al mese di Peppino nei vigneti, qualche aiuto che arrivava dagli anziani genitori di lei, non erano la soluzione per raggiungere un minimo di decoro delle pur modestissime esigenze quotidiane. La soluzione dell'emigrazione fuori dalla Sardegna, lontano dall'Italia, quella che più volte gli aveva suggerito suo fratello Bachisio, offrendogli un posto nella sua panetteria di New York, per il momento lo spaventava assai. Sollecitazioni in tal senso gli furono suggerite, tempo addietro, anche da suo padre, Antonio, vittima anche lui della spagnola a pochi mesi di distanza dalla morte di Isabella. "Ma perché non te ne vai in America? Lo sai che tuo fratello ti sta aspettando. A Niuiorch faresti la tua fortuna e quella di tua moglie. Deciditi ad andare in America, Peppineddu!". Fu così che Giuseppe accettò l'idea di un possibile cambiamento o, per lo meno , di fare un tentativo per cambiarlo il male-detto destino che lo costringeva a subire le frustrazioni e le umiliazioni che gli arrivavano in continuazione per la precarietà del suo lavoro. Ma l'America, no; troppo lontana, l'America. Pensare ai dodici o forse quindici giorni di viaggio in nave, lo faceva star male. In soccorso del povero Peppino e della sua indecisione arrivò una inaspettata proposta da un suo vecchio amico. A convincerlo per iniziare una nuova vita come operaio nella miniera di Gennemari fu Aldo Poddighe, che la medesima avventura l'aveva già intrapresa da oltre tre anni e con buoni risultati. Rientrato a Montecciu per Natale, Aldo s'incontrò con Peppinu e gli riferì la notizia che la miniera dove egli lavorava era alla ricerca di giovani volenterosi da inserire in un nuovo cantiere. Era stato appena individuato un nuovo filone ricco di blenda e galena che avrebbe consentito l'occupazione di un centinaio di giovani aspiranti minatori. "Se al tuo paese conosci qualche giovane forte, sano e abituato a lavorare duro, accompagnalo da me. Lo mettiamo alla prova e se non si tira indietro davanti al lavoro, dopo due, tre mesi di apprendistato, diventerà un manovale con una paga che può arrivare anche a 245 lire il mese!" Questo gli disse il suo capo cantiere. Non ci volle molto per convincere Giuseppe che l'occasione era davvero ghiotta. Anche Filomena era d'accordo per l'emigrazione di suo marito, seppure in terra sarda, rassicurandolo della sua disponibilità a restare a Montecciu per qualche mese in attesa di una migliore sistemazione nei pressi della miniera. A tale proposito, Aldo li convinse che oltre alla certezza di un ottimo lavoro potevano contare sulla assegnazione di un adeguato alloggio nei nuovi cameroni che stavano per essere ultimati a Gennemari. Ciò nonostante Peppino non era affatto entusiasta all'idea che Filomena restasse sola in casa: "Se tua madre non è d'accordo perché tu vada a stare con lei, almeno di notte, sono sicuro che mia madre invece non avrà alcuna difficoltà a ospitarti. Anzi sono certo che le farà piacere avere la tua compagnia, sola com'è. Comunque c'è tutto il tempo per parlarne". I due amici si misero d'accordo per il viaggio fino a Gennemari che avrebbero fatto insieme subito dopo le feste natalizie.
La sera, vigilia di Natale, Filomena e il suo compagno erano attesi per la cena a casa di Lucia, la madre di Peppino. Nella modesta cucina, la tavola era già apparecchiata. Il camino, impreziosito da un antico e annerito architrave ricavato da un robusto tronco di ginepro, era eccessivamente ampio e profondo rispetto all'angustia del locale. Costruito nella parete della cucina adiacente alla camera da letto, riscaldava e illuminava con le sue fiamme il piccolo ambiente. Per l'occasione, l'anziana donna accese persino tre candele per un più attento e puntuale controllo dell'arrostitura dell'agnello; della metà di un agnello da latte, per la verità. Il profumo della carne, già a buon punto di cottura, si univa a quello del pane abbru-stolito e insaporito con olio d'oliva di recentissima spremitura. La cena della vigilia non prevedeva molte pietanze. A voler seguire la tradi-zione, anzi, quella cena prevedeva esclusivamente la consumazione delle frattaglie dell'agnello, essendo la carne riservata al pranzo natalizio. L'eccezione fatta da Lucia aveva una sua valida motivazione: per il pranzo di Natale, Giuseppe era invitato a casa dei suoceri. La cena si concluse in meno di un'ora in un clima di rigida convenzionalità, priva di quella naturalezza che si conviene a simili riunioni famigliari. I rapporti di Lucia con la sua nuora non erano del tutto sereni e ciò ancora prima che la morte di Isabella aggravasse ancora di più la rigidità e la freddezza delle già rarefatte frequentazioni. La morte, poi, di suo marito portò Lucia a chiudersi ancora di più nel silenzio e nella solitudine che costituivano il sottofondo ideale perché nel suo animo crescesse giorno per giorno un astio e un sordo rancore che si avvinghiava tenacemente trasformando in malanimo ogni pensiero rivolto a quella giovane donna. Filomena, agli occhi di sua suocera, appariva - senza più il fardello di una figlia e con nessuna intenzione di ini-ziare un nuovo percorso di maternità - una donna troppo giovane e troppo libera. Perché non mettere al mondo un altro figlio? Qualche accenno a tal proposito fu sempre lasciato cadere da Filomena con uno sguardo che voleva significare "quando io lo vorrò, se lo vorrò..." Nella stanza invasa dal fumo, riaffiorava il ricordo, vivissimo e doloroso, della piccolissima Isabella e di suo nonno, vittime della maledetta peste a distanza di pochi mesi l'uno dall'altra. Si respirava sì un'aria intrisa di profumi natalizi, pur nella semplicità e frugalità che la modestissima condizione economica poteva permettere, ma i fantasmi aleggiavano nella stanza. Nonno e nipotina si aggiravano, seppure discreti e appartati; i loro spiriti si confondevano con il denso fumo che ogni tanto fuoriusciva dal camino. Tutt'e due erano presenti come spesso accadeva soprattutto nelle lunghe, interminabili serate invernali, quando il fragore dei tuoni provocava continui sussulti e costringeva Lucia a sprangare la finestrella e la porta d'ingresso della tenebrosa cucina nell'affannosa ricerca di un riparo ad arginare il pericolo che un fulmine potesse ghermire la sua esile figura. Le ombre di Isabella e di suo nonno si materializzavano soprattutto nella mente di Lucia, mentre Peppino, al contrario, non lasciava trapelare all'esterno alcuna sofferenza, la teneva dentro e cercava di rimuovere con un bicchiere di troppo qualsiasi immagine della piccolina che faceva capolino nella sua mente. Soprattutto quelle festive, erano giornate in cui l'assenza del nonno e della sua nipotina causava il rinnovo di sofferenze mai rimosse che trasformavano i pochi pranzi in casa di Lucia in una appendice della veglia funebre, dolorosissima e mai conclusa. Poi, ultimata la cena, si parlò del progetto di Peppino di lavorare in miniera e della opportunità di evitare che Filomena rimanesse sola in attesa della sistemazione nel villaggio minerario. La disponibilità di Lucia per ospitare sua nuora fu immediata e tale benevola e immediata propensione ad accoglierla fece diffidare Filomena dall'accettare senza riserva una così gene-rosa ospitalità . "Preferisco pensarci su" disse Filomena." Non credo comunque che sia opportuno lasciare vuota la nostra casa". A Peppino non sfuggì il tono brusco con il quale sua moglie rifiutò il progetto. L' idea di essere affidata alla custodia di sua suocera non poteva essere accolta di buon grado; Filomena non intendeva assecondare Peppino e la sua malsana idea di metterle il guinzaglio. E col pensiero la giovane donna tornò indietro negli anni e ripensò al perché del suo matrimonio. Aveva appena compiuto i diciotto anni e aveva un solo desiderio, quello di svincolarsi dal carico insopportabile di doveri nei confronti della sua famiglia d'origine. Voleva vivere libera ed essere lei a decidere del suo tempo, della sua vita. Questo pensava; questo sperava. D'altronde la sua era l'aspirazione comune a tutte o quasi le ragazze dell'epoca. La motivazione principale del matrimonio per quasi tutto l'universo femminile dei paesi sardi agli inizi del '900, era rappresentata dal bisogno profondo di liberarsi da lacci e vincoli imposti dall'ambiente famigliare. Si trattava nella maggioranza dei casi di una condizione eccessivamente oppressiva, di uno spazio soffocante in cui la rigida gerarchia patriarcale non lasciava possibilità alcuna di cambiamento. Da qui il sogno di realizzare, con il matrimonio, il solo tentativo a portata di mano per svincolarsi definitivamente dalle vetuste rigidità di un ambiente pietrificato. E ora, nuovamente messa in gabbia? I suoi grandi occhi neri come l'ebano fecero trapelare un malinconico velo di delusione, di tristezza. A Giuseppe tornò comodo e facile attribuire quello stato d'animo all' imminente partenza: non era abituato a sondare i pensieri e i comportamenti di Filomena. Metteva spesso in pratica uno dei pochi consigli di suo padre riguardo alle donne: "Non cercare di capire una donna: è inutile. Utilizza meglio il tuo tempo per lavorare e portare a casa il pane".
Commenti
Posta un commento