Le abitazioni, poco più che baracche,venivano concesse in affitto, dietro corrispettivo di un modestissimo canone, non certo per spirito filantropico, ma per la semplice ragione che, non esistendo mezzi di trasporto idonei, costituivano la inevitabile soluzione di un problema logistico. La maggior parte dei “minatori“ però, preferiva affrontare la fatica di un’ora o due di cammino, pur di non abbandonare le abitazioni situate nei paesi circostanti e in questo modo alle otto-dieci ore di duro lavoro aggiungevano anche le due o tre orette di “viaggio”, tra andata e ritorno. Nell’assegnazione degli alloggi si dava priorità ai minatori sposati e ancor più, naturalmente, si favorivano le famiglie numerose.
Le abitazioni, nella quasi totalità, erano a un solo piano e comprendevano non più di due o tre vani. I residenti le chiamavano “cameroni”. Le facciate esterne erano dipinte di rosso, giallo, bianco, verde....Venivano individuati come “cameroni rossi”, “cameroni bianchi”, “cameroni gialli”. Le case erano affiancate le une alle altre; una sorta di villette a schiera che per la maggior parte degli occupanti – la cui provenienza geografica era la più svariata, ma che che si uniformavano a un’unica classe sociale di provenienza: quella affollatissima di poveri disperati, alla ricerca di un presunto Eldorado minerario. Un vero microcosmo di diverse etnie provenienti da tutti gli staterelli sorti nell’ultimo millennio sul territorio della penisola italiana, poi unificati da quella forzata unità risalente al quart’ultimo decennio del 1800. Piemontesi, lombardi, veneti, toscani, siciliani, sardi del capo di sopra e del capo di sotto, tutti ancora lontanissimi dall’essere pervasi da quella italianità che solo qualche guerra aveva tentato di accelerare.
Ma torniamo alle abitazioni del villaggio minerario. Intendiamoci, non è che le case nei paesi della Sardegna, all’epoca, fossero dei capolavori urbanistici, tutt’altro. I paesi circostanti la zona mineraria di Montevecchio e Ingurtosu erano il risultato di una scelta urbanistica che nulla aveva da spartire con le idee del barone Hausmann ... Si trattava di un ammasso informe di misere casupole che si affacciavano tristemente ai lati degli “stradoni”.
Stradoni venivano chiamate le tratte “urbane” delle strade provinciali o statali che scorrevano lungo i paesi e che di questi costituivano l’unica vera arteria percorribile dal variopinto traffico che si può immaginare prevalentemente animale, come a dire animale vero e proprio e umano. Scorrevano gli stradoni come fossero dei fiumi e, come tutti i corsi d’acqua della Sardegna, se presentavano un aspetto tranquillo, placido e stagnante nei lunghi mesi asciutti, divenivano invece impetuosi torrenti fangosi durante e dopo le abbondanti piogge invernali. E come fiumi venivano alimentati dagli affluenti di sinistra e di destra, cioè quella rete intricatissima di vicoli e vicoletti, che fungevano da canali di raccolta delle acque. Questo vasto delta si ramificava per l’intero paese a formare una sorta di inestricabile labirinto, noto solamente a chi vi abitava. E questa frequentazione riservata solamente a coloro che abitavano nelle strettissime viuzze del vicinato, costituiva, in un modo o nell’altro, anche una sorta di network per contrastare i pochi ma odiosi piccoli furti o comunque per scoraggiarne eventuali tentativi. La rete delle conoscenze era talmente organizzata che non solo le persone, ma anche i gatti e i cani erano additati quali forestieri, facendo scattare in un baleno l’informazione porta a porta “ma di chi sarà quel cane” oppure “un gatto così nero non l’avevo mai visto da queste parti”. Figurarsi poi se a bighellonare era qualche giovinastro, discolo o sfaccendato, che magari si ritrovava a passare da quelle parti con la balorda idea di entrare in un cortile o in una casa...
Questi i pensieri e i timori ricorrenti, tranne poi scoprire che il giovanotto voleva semplicemente farsi notare dalla belloccia del quartiere, per meglio dire, del vicinato.(Frammenti di racconti scompigliati - ebook pubblicato nelle edizioni KINDLE AMAZON)
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