La cultura di Bonu Ighinu prende il nome da una località del Comune di Mara (SS) dove sono stati rinvenuti, negli anni ’70 del secolo scorso (all’interno della grotta Sa ucca de su tintirriolu), reperti archeologici attribuiti al periodo del Neolitico medio (circa 4500-3300 a.C.). L’utilizzo di piccole grotte naturali come sepolture (due le località che hanno consentito lo studio delle pratiche funerarie : Cuccuru s’Arriu di Cabras e una grotta a Oliena), primi segnali di agricoltura, fabbricazione della ceramica con accurata cottura e superficie lucida nera o comunque scura, ciotole spigolose e vasi dall’ampia apertura sono i segni distintivi di questa cultura.
Particolare attenzione veniva dedicata anche alla decorazione delle ceramiche (a fresco o dopo la cottura) consistente nelle minuziosa incisione di puntini o piccoli segmenti. Particolari anche le statuine ricavate da tufo, alabastro o arenaria e riproducenti figure femminili piuttosto obese. Gli esemplari di questi piccoli idoli rinvenuti finora (alti mediamente una decina di centimetri) sono circa una ventina. La cultura di Bonu Ighinu si diffuse poi in varie altre località: Cagliari, Iglesias, Carbonia, Thiesi, Olbia, Cabras, Decimoputzu, Samassi, Alghero, Ploaghe, Perfugas. La durata della cultura di Bonu Ighinu si è presumibilmente protratta per oltre un millennio.
La cultura di Ozieri o di San Michele prende il nome dalla grotta nei pressi di Ozieri dove vennero scoperti alcuni reperti archeologici con originali caratteristiche. La sua durata si estende nel periodo compreso tra il 3200 e il 2800
a.C. Si tratta della cultura pre-nuragica maggiormente diffusa in Sardegna e nel cui ambito si collocano un centinaio di località. Non si può tracciare un solco netto fra la cultura di Bonu Ighinu e quella di Ozieri, in quanto la seconda presenta delle caratteristiche riscontrabili nella precedente e di questa, per certi versi, ne costituisce una evoluzione. Dai riscontri antropologici si perviene all’ipotesi che nel periodo interessato dalla diffusione della cultura di San Michele, la Sardegna abbia accolto nuove popolazioni e che queste siano state portatrici di quelle novità (ceramica, abitazioni, pratiche funerarie) che hanno costituito i capisaldi del cambiamento intervenuto. Notevole fu il cambiamento nelle abitazioni che videro il passaggio dall’utilizzo di ripari sotto roccia (diffusamente utilizzati dalle popolazioni di cultura Bonuighinu) alle capanne raggruppate in villaggi di una certa estensione (San Gemiliano di Sestu, Cuccuru s’Arriu di Cabras) dove sono state individuate le tracce delle basi in pietra delle capanne. Di altri villaggi se ne può dedurre l’esistenza (pur in assenza di tracce) nelle vicinanze di estese necropoli: Anghelu Ruju nei pressi di Alghero, Montessu nel territorio di Villaperuccio. La particolare attenzione delle popolazioni di cultura Ozieri - San Michele per il culto dei morti è evidenziato dalle tombe ipogeiche (domus de janas), scavate nelle rocce tenere di tufo o calcare, nelle rocce di trachite e in pochissimi casi nelle rocce di granito. In numerose località le domus de janas sono dislocate in prossimità l’una dell’altra sì da formare delle vere necropoli. La distribuzione delle domus de janas è la risultante dello strato roccioso delle varie regioni dell’Isola e ciò giustifica l’elevata distribuzione in certe zone piuttosto che in altre. La Gallura, che è caratterizzata dalla massiccia presenza di rocce granitiche, presenta una densità di gran lunga inferiore, ad esempio, alla zona del sassarese. MolteMolte tombe ipogeiche presentano le volte e le pareti impreziosite da incisioni che riproducono gli ambienti domestici, con dettagli delle travature di legname delle abitazioni; altre decorazioni riproducono teste taurine e spirali, false porte, ecc. Complessivamente le domus de janas superano le duemila unità. Di seguito, una elencazione delle necropoli più importanti: Anghelu Ruju (una quarantina di domus) nei pressi di Alghero sulla S.P. 42; Montessu (una trentina di domus) in prossimità della S.P. 80 tra i comuni di Villaperuccio e Narcao; Sant’Andrea Priu (una ventina di tombe), a circa 10 km. Da Bonorva nei pressi della
S.P. 43, dove, tra l’altro, si può ammirare la Tomba del capo con una superficie di oltre 200 metri e 18 vani; Su Crucifissu Mannu (15 tombe), a 5 km. da Porto Torres
nei pressi della SS 131; Sas Concas (una ventina di tombe) nel territorio di Oniferi (NU) SS 128 e SS 131; Monte Siseri (studiata nel 1989), a 10 km. circa da Putifigari (SS) nei pressi della S.P. 12: giustamente famosa la Tomba de s’Incantu. Numerose necropoli sono state utilizzate non solo nel periodo San Michele, nel quale sono state scavate, ma anche nei periodi successivi, come risulta da numerosi reperti rinvenuti e appartenenti sia al periodo Ozieri-San Michele, sia a quello Monte Claro e, in alcuni casi anche all’età nuragica. Nel caso della Tomba del Capo (necropoli di Sant’Andrea Priu) l’utilizzo come chiesa rupestre si è protratto sino al periodo bizantino ( 500-600 d. C.). Alla cultura di San Michele, si attribuisce anche l’iniziale utilizzo dei menhir (monoliti che possono superare i 5 metri di altezza) conficcati nel terreno per segnalare o delimitare necropoli, villaggi, dolmen. La località che presenta la maggiore concentrazione dei menhir (o perdas longas) è Goni (NU), dove si trovano (in località Pranu Mutteddu) oltre 50 esemplari.
Nel periodo che si estende dal 2500 al 1800 a.C. circa ( età del rame ) si sviluppano in Sardegna la cultura di Filigosa , quella di Abealzu e la cultura di Monte Claro. La cultura di Filigosa prende il nome dalla omonima località (nei pressi di Macomer –NU) dove sorge una necropoli, ai piedi della collina nella cui sommità si erge il nuraghe Ruju. Filigosa non si discosta molto dalla precedente cultura Ozieri-San Michele: entrambe si sovrappongono in alcune località, compreso il maestoso altare terrazzato di Monte d’Accoddi. Rispetto alle tipologie caratterizzanti il precedente periodo Ozieri-San Michele, la cultura Filigosa evidenzia delle specificità derivanti dall’influenza esercitata dallo stile (facies) del vaso campaniforme, che all’epoca pare sia penetrato anche nell’Isola. Alle tombe ipogeiche del periodo Filigosa, si accede in qualche caso attraverso dei corridoi (dromos); durante questo periodo (sia Filigosa che Abealzu) si fabbricano oggetti (punte di frecce, pugnali) sia utilizzando l’ossidiana che il rame e il piombo; si costruiscono villaggi con capanne e si innalzano muri a difesa dell’insediamento.
La cultura di Abealzu (località nei pressi di Osilo SS) pur essendo distinta da quella di Filigosa almeno per quanto riguarda la posizione stratigrafica dei manufatti, si sovrappone alla precedente e anche alla più remota cultura di Ozieri-San Michele. Le tombe Abealzu sono spesso riutilizzi degli ipogei funerari precedenti; reperti attribuiti a tale cultura sono stati rinvenuti, oltre che a Osilo, anche ad Alghero, Benetutti e ancora nel tempio a piramide tronca di Monte d’Accoddi Seguono la Cultura di Monte Claro e quella di Bonnanaro , i cui inizi si potrebbero collocare, la prima attorno al 2.300 a.C. e la seconda al 1700 a.C.: ci troviamo nel periodo che sfocerà in quello nuragico e che vede il diffondersi sia dell’uso del rame che (successivamente) quello del bronzo. La cultura di Monte Claro è così chiamata in quanto nella collina eponima che sorge nel centro abitato di Cagliari venne alla luce una tomba ipogeica durante gli scavi del 1905 per la costruzione di Villa Clara, l’ospedale psichiatrico. Sono una decina le località che hanno conservato le tracce di questa cultura, tra i siti più interessanti si ricordano il villaggio di San Gemiliano a Sestu , Monastir, Mogoro, Cabras, Simaxis. Si attribuiscono a questa cultura, oltre che alcuni villaggi e necropoli ipogeiche, anche resti di costruzioni megalitiche. Nel museo archeologico di Cagliari sono conservate numerose interessanti ceramiche rivenute nell’ipogeo di Monte Claro, in Località Sa Duchessa e in via Basilicata
(Cagliari), oltre che a Sestu e Monastir.
La cultura di Bonnanaro prende il nome da una tomba rinvenuta in località Corona Moltana (comune di Bonnanaro) dove alla fine del 1800 venne trovato il corredo funebre costituito da una ventina di vasi, difformi rispetto a quelli attribuiti alla cultura di Monte Claro (sebbene risalenti all’incirca allo stesso periodo) e maggiormente affini ai caratteri che contraddistinguono la cultura del Vaso Campaniforme. La metà circa di questi vasi sono attualmente custoditi presso il Museo di Cagliari e i restanti reperti sono esposti nel Museo di Sassari. Testimonianze (reperti ceramici trovati quasi esclusivamente in tombe e grotte naturali) riferibili alla cultura di Bonnanaro sono state rinvenute in altre località sparse in diverse zone dell’Isola. Il periodo di Bonnanaro è caratterizzato altresì dai nuraghi a corridoio, di cui si contano oltre un centinaio di esemplari. Le due culture summenzionate che hanno preceduto la nascita della grande epopea nuragica si sono naturalmente estese per diversi secoli, anticipando, con la costruzione di muraglie e recinti megalitici, quella che diverrà la tecnica costruttiva delle torri nuragiche nei secoli successivi. Attorno alla metà del II millennio, il Mediterraneo occidentale, Sardegna compresa, venne interessato da un imponente fenomeno di espansione delle popolazioni provenienti dal Vicino Oriente. Stando alle più accreditate ricostruzioni fatte finora, gruppi umani orientali abbandonarono i loro territori spinti forse dalla febbre dei metalli o da eventi bellici tipo invasioni di altri popoli provenienti o dal nord o dall’est asiatico o in seguito a catastrofi naturali (terremoti o siccità prolungata vengono additati come probabili cause). Le motivazioni sottostanti questi imponenti movimenti di diverse popolazioni sono di difficile interpretazione, ma resta sempre valido lo scopo commerciale o la ricerca di nuovi territori da colonizzare dopo decenni o secoli di frequentazioni inizialmente dovute alle necessarie soste lungo le rotte marittime. La conseguente diffusione culturale appare scontata.
I Micenei in un primo momento e i Fenici successivamente sono stati assidui frequentatori degli approdi lungo le accessibili coste della Sardegna meridionale (nel tratto che va dal golfo di Cagliari a quello di Oristano), spinti forse dalla necessità di sfruttare le risorse naturali e di incrementare i loro scambi commerciali. Inevitabile la conseguente propagazione dei relativi impulsi culturali. Diffusione commerciale e culturale che potrebbe avere interessato le zone costiere mediterranee dell’Europa occidentale tutta, con un traffico così organizzato e vasto da far pensare a una vera e propria egemonia economica.
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