Da: BREVE STORIA DELLA SARDEGNA - ed. KINDLE AMAZON - nuova edizione

Neolitico e nascita dell’agricoltura. Con la fine del Mesolitico, collocata tra 12.000 e 10.000 anni fa, si assiste a un clima più mite e al passaggio da una forma di economia basata esclusivamente sulla caccia e sulla raccolta di frutti ed erbe spontanee, ai primi “esperimenti” di agricoltura, intesa come attività produttiva di cereali e leguminose, atta a soddisfare le esigenze alimentari di una popolazione in aumento; cereali e legumi già presenti, d'altronde, in vaste aeree allo stato spontaneo, selvatico, e abbondantemente raccolti e utilizzati. Naturalmente anche in questo caso siamo nel campo delle ipotesi, pur avendo ultimamente assistito a un affinamento e perfezionamento delle tecniche d’indagine che si avvalgono di innovativi metodi di ricerca che stanno conducendo gli studi della preistoria sul piano della storia a tutti gli effetti. Un esempio di tale svolta è stato fornito dalla genetica grazie al fondamentale contributo di Albert Ammermann e Luca Cavalli Sforza (La transizione neolitica e la genetica delle popolazioni in Europa – 1984). Recenti studi e ricerche sull'argomento “nascita dell'agricoltura e nascita dello Stato” hanno modificato almeno in parte le precedenti teorie che attribuivano l'avvio della tecnica agricola a quelle popolazioni (anatoliche, mesopotamiche e delle aree circostanti) che avevano abbandonato il nomadismo: gruppi che avevano optato per una vita più sedentaria, caratterizzata da più stabili insediamenti (accampamenti o villaggi) e che nel tempo avrebbero dato l'avvio alla domesticazione dei cereali. Si sarebbe dato inizio, in questo modo, anche alle prime domesticazioni degli animali (ovini, caprini, suini e poi bovini), allevati in un primo tempo quali fornitori di carne e pellami e in epoca più tarda come fornitori di energia per il trasporto e il lavoro nei campi e ancora come fornitori di concimi. "Si è scoperto però che la sedentarietà precede di molto le prove della domesticazione di piante e animali e che stanzialità e domesticazione esistevano almeno quattromila anni prima che apparisse qualcosa di simile ai villaggi agricoli... La sedentarietà è piuttosto comune in scenari pre-agricoli ecologicamente ricchi e variegati – in particolare le terre umide ai margini delle rotte di migrazione stagionale di pesci, uccelli e selvaggina di grosse dimensioni... Troviamo anche l'anomalia opposta: la coltivazione dei campi associata con la mobilità e la dispersione, eccetto che per il breve periodo del raccolto". (James C. Scott - Le origini della civiltà. Una controstoria - traduzione di Maddalena Ferrara - Einaudi 2018). Un quadro antropologico, come si vede, in continua evoluzione e in cui avanzano nuove e provocatorie ipotesi, anche se la narrazione "storica" della nascita dell'agricoltura continua a tenere banco. Diamo un'occhiata a quella narrazione. Gli storici non sempre concordano sulle origini geografiche e cronologiche, né tanto meno sulle modalità di questa generalizzata diffusione dell’agricoltura. Facile supporre che sia per l’agricoltura che per ogni tappa del cammino dell’uomo verso la “civilizzazione” (compresi i vari stadi riguardanti l’uso dei metalli), la diffusione delle “scoperte” non può che essere avvenuta lungo percorsi e tempi piuttosto lunghi. A meno che non si accetti l’ipotesi che vede nell’autonoma “scoperta”di un prodotto, di una tecnica, di una idea religiosa o politica, un modo alternativo a quello della diffusione della conoscenza tramite contatti con altre popolazioni. I più accreditati studi indicano nella regione anatolica il punto focale per l’irradiamento delle tecniche agricole (attorno a 10.000 anni fa) che sarebbero poi state assimilate dalle popolazioni che occupavano i territori dell’Europa sud-orientale circa ottomila anni fa, per poi arrivare nelle regioni europee occidentali (penisola iberica) attorno ai 6000 - 5000 anni fa. Si calcola, cioè, che le tecniche agricole si siano diffuse a una velocità media di circa 1 chilometro all’anno verso l’intera Europa, impiegando circa 4.000 anni per raggiungere le terre più distanti ( i territori del nord-ovest) dai luoghi d’origine. Degna di attenzione anche in questo caso l’ipotesi dell’autonoma scoperta dell’agricoltura sicuramente non in maniera uniforme e simultanea. Con il Neolitico si incrementò notevolmente anche la fabbricazione degli utensili necessari all’attività agricola, come i primi rozzi falcetti di legno o di osso per la mietitura dei cereali e costruiti utilizzando, per il taglio, lamelle di ossidiana o selce. Non è certamente da scartare l’ipotesi che tali strumenti venissero comunque utilizzati anche per la raccolta dei cereali e legumi ampiamente diffusi alla stato selvatico, quando la coltivazione degli stessi non era ancora stata perfezionata e diffusa. Anche la fabbricazione delle ceramiche diede un notevolissimo impulso alla crescita delle comunità che erano passate dalla semplice raccolta alla produzione agricola, consentendo loro la conservazione dei prodotti, la cottura e il trasporto dei cibi. Gli uomini del Neolitico praticavano naturalmente anche la caccia e la pesca, ma fu grazie all’agricoltura e alla domesticazione degli animali che si poté sfamare un maggior numero di individui. Gli agricoltori hanno abitudini e stili di vita decisamente diversi da quelli dei cacciatori; sono necessariamente più legati al territorio occupato, costruiscono le loro abitazioni nei pressi dei campi coltivati, danno più peso alla famiglia, al clan, alla comunità. E grazie a una migliore organizzazione e alla più ampia disponibilità di cibo, è più facile che il numero degli individui sia aumentato a un ritmo più elevato rispetto al passato, che presentava una popolazione stabile o in leggera crescita. Le popolazioni dedite quasi esclusivamente alla caccia e alla raccolta dei frutti spontanei, data la loro caratteristica di “mobilità” alla continua ricerca di selvaggina, non si potevano permettere una prole molto numerosa, poiché i loro spostamenti venivano sicuramente rallentati dagli individui più piccoli e da quelli più anziani. Occorreva continuamente spostarsi al seguito dei branchi della selvaggina, soprattutto quella di grossa taglia (bisonti, renne, cervi, ecc.). Con l’agricoltura si assiste quindi a un grande balzo in avanti nella produzione degli utensili e nell’organizzazione delle piccole comunità degli agricoltori che lentamente, ma progressivamente, si stavano avviando verso una società di piccoli villaggi. Nella maggior parte dei casi, gli agglomerati rimasero comunque contraddistinti da una spiccata autonomia e autosufficienza che ne delimitava le dimensioni; raramente si pervenne a una più estesa e duratura organizzazione. La situazione demografica di sottopopolazione, l’asperità del territorio, la mancanza di regolari corsi d’acqua , la collocazione periferica o di difficile raggiungimento, un’economia povera mirante alla sola autosufficienza, sono tutte, probabilmente, concause del mancato o insufficiente percorso verso la nascita delle città. La Sardegna ha rappresentato un caso emblematico di tutte le suesposte difficoltà frapposte a quel processo di aggregazione civile, economica e politica che hanno impedito il sorgere di estesi centri abitati per opera delle popolazioni indigene. I soli casi conosciuti sono attribuibili all’importazione delle esperienze cittadine, concretizzatisi non prima del IX secolo a.C. in seguito all’occupazione delle zone costiere sarde da parte dei Fenici.

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