L’assoluta necessità di muoversi
Prima di affrontare la lettura di Mare e Sardegna, diamo un’occhiata all’ambiente famigliare di David Herbert Lawrence.
Suo padre Arthur John, minatore dall’età di sette
anni, e sua madre, Lydia Beardsall, si erano conosciuti a una festa di ballo a Nottingham: il classico colpo di fulmine che li portò presto alla decisione di sposarsi, nonostante l’inevitabile e aperta opposizione della famiglia della sposa.
L’estrazione borghese della famiglia di Lydia (il padre era ingegnere) e la sua stessa professione di insegnante mal si conciliavano con la posizione economica, quella professionale e con la carente formazione culturale di Arthur John Lawrence. Il matrimonio, infatti, frutto di un’attrazione e di un’infatuazione tutta giovanile, dopo alcuni mesi, incominciò a evidenziare gli opposti caratteri, le differenze sul piano dell’istruzione, della religione, degli interessi e che presto sfociarono in una crescente difficoltà di adattamento di entrambi alla vita di coppia. Lydia, per poter inseguire il suo sogno d’ amore, fu costretta ad abbandonare l’insegnamento: nel paesino minerario di Eastwood dove si trasferì dopo il matrimonio non le fu possibile ottenere l’incarico di maestra. La decisione di sposarsi e lasciare l’insegnamento fu presa in aperto contrasto con la sua famiglia che tentò inutilmente di farla desistere da tale affrettata scelta che avrebbe sicuramente spalancato le porte a un futuro precario.
La sua educazione religiosa costituiva inoltre un insormontabile ostacolo alla convivenza con Arthur Lawrence; lei era infatti una puritana altera che seguiva rigidi imperativi religiosi in maniera talmente intransigente da farla apparire quasi una fanatica. Lui, tutto muscoli e poco propenso ad occuparsi dei fatti dello spirito e della religione, in breve tempo percepì la sua assoluta inadeguatezza al ruolo di marito di una tale donna che, dal canto suo, arrivò presto alla conclusione di aver sposato un uomo che, consumato in breve tempo l’ardore dell’innamoramento iniziale, ben difficilmente poteva aspirare ad avere un ruolo consono alle sue legittime aspirazioni di moglie. Lei divenne sempre più attenta alla gestione dell’economia domestica e poi all’educazione dei suoi quattro figli; lui, stanco di essere ripreso per l’assenza sia come marito sia come padre, finito il lavoro in miniera, si rifugiava all’osteria dove, in compagnia dei suoi compagni, finiva regolarmente con l’ubriacarsi.
Tutte le attenzioni che la signora Lawrence non dedicava al marito, finì col riversarle sui propri figli, non disdegnando d’interpretare il ruolo di vittima anche in presenza dei suoi figlioli, che perciò crebbero con un odio e un risentimento sempre più forte nei confronti del loro padre. David adorava sua madre, in maniera talmente profonda che ebbe a confidare alla sua amica Jessie Chambers, la Miriam descritta in Figli e amanti, di averla amata sempre, non con l’amore che un figlio dedica a sua madre, ma come una vera amante. Il suo libro di maggior successo e di maggiore fortuna critica, Figli e amanti, pubblicato nel 1913, è in effetti un grandioso monumento che Lawrence ha dedicato a sua madre. Riuscirà col tempo a liberarsi di quel morboso, quasi edipico rapporto materno, solo quando Frieda, amandolo, riuscirà a liberarlo da quel cappio ancora più potente dopo la morte di sua madre ( dicembre 1910). Frieda aveva dunque l’obiettivo di vincere in lui la residuale, nefasta influenza esercitata dalla supremazia materna e fargli recuperare i punti di contatto e connessione con il carattere e il temperamento genuino e forte di suo padre.
L’incontro di Lawrence con Frieda (sposata e madre di tre figli) fu un vero e proprio terremoto nella vita di entrambi. Ecco cosa scriveva di lei Lawrence in una lettera diretta al suo amico e agente letterario Edward Garnett, nell’aprile del 1912: “…Mrs Weekley …she’s the finest woman I’ve ever met … she is the daughter of Baron von Richthofen, of the ancient and famous house of Richthofen, but she’s splendid, she is really...
Mrs Weekley is perfectly unconventional, but really good – in the best sense...Oh,but she is the woman of a lifetime...”. (La signora Weekley è la donna più bella che ho mai incontrato: è la figlia del Barone von Richthofen, dell’antica e famosa Casa di Richthofen, ma è davvero splendida… La signora Weekley è perfettamente non convenzionale, ma realmente di classe – nel senso migliore. Oh, ma lei è la donna per la vita).
Frieda, dunque, sposata con il professor Weekley (che anni prima aveva dato a Lawrence lezioni di francese perché potesse superare l’esame di ammissione alla professione d’insegnante), lasciò la famiglia e i suoi tre figli e iniziò la sua nuova grande avventura a fianco del giovane scrittore. Una vita di viaggiatori instancabili in giro per il mondo, talvolta in compagnia di amici inglesi e americani, anch’essi scrittori o comunque esponenti del mondo editoriale; spesso soli, ma sempre alla continua ricerca di luoghi lontani da quelli frequentati dalla buona società inglese, che entrambi i coniugi Lawrence rifuggivano.Meta preferita della coppia fu per lunghi anni l’Italia. Nel gennaio del 1921, durante un soggiorno a Taormina iniziato in autunno, nasce l’impellente bisogno di muoversi, di fuggire. Nel corso del 1920 erano usciti due nuovi romanzi, Women in Love (Donne innamorate) e The Lost Girl (La ragazza perduta).
Il primo dei due romanzi si riallaccia a The Rainbow (L’arcobaleno) a formare insieme un unico disegno narrativo nel quale i personaggi raggiungono uno stadio di autocoscienza diventando partecipi attivi della realtà cosmica lasciando da parte il loro sterile ruolo immerso in un arido isolamento. La società, le sue sovrastrutture culturali (il mondo mentale in contrasto con quello fisico, naturale) costituiscono un ostacolo che impedisce il pieno sviluppo dell’individuo, che così si trova imprigionato in un coacervo di convenzioni, falsità, ambiguità che costituiscono il sottofondo sociale della vita dell’uomo. Occorre re-immergersi nella fisicità delle forze del cosmo e ritrovare le proprie, genuine radici.
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