LA DANZA DEL DRAGO - EDIZIONI AMAZON KINDLE

Il piazzale utilizzato per la chiamata dei giornalieri era una specie di esedra che ricordava alcune tombe dei giganti che si trovavano qualche chilometro fuori dal paese nei pressi del nuraghe Antigu. Il nuraghe, più che altro un ammasso di grossi macigni sparpagliati sulla sommità di una collinetta, non era stato ancora scavato dagli archeologi, ma scavato, e come, da una moltitudine di tombaroli (non abitanti a Montecciu, naturalmente …) che arrivavano nottetempo da Oristano e forse anche da Cagliari! La piazza Funtanedda, che come già detto ricordava una esedra al cui centro si apre la tomba vera e propria somigliante alla testa del toro, aveva anch’essa la sua tomba dei giganti: la piccola e antica chiesetta di San Lussorio. Il tempio, privo di campanile e con uno sgangherato portoncino d’ingresso, era attribuito al X secolo (conclusione cui era pervenuto il parroco di Montecciu, don Lilliu, dopo approfondite ricerche). Il minuscolo edificio religioso, insolitamente basso, con qualche forzatura, rimandava allo stile tardo bizantino, senza la minima traccia di fregi, semplice nelle sue linee essenziali e tondeggianti. Dalla piazza si dipanavano due anguste strade sterrate lungo le quali, ogni tanto, si affacciavano gli accessi dei modesti appezzamenti, ma si aprivano anche i bei portali ad arco di una mezza dozzine di ricche tenute agricole. L’ordine d’arrivo sulla piccola piazza posta alla periferia del paese, sul limitare del declivio che ospitava la ragnatela dei vigneti, veniva rigorosamente rispettato nell’occupazione dei posti all’interno delle tre, quattro file disposte a semicerchio qualche metro distanti dal basamento in granito al centro del quale sgorgava l’acqua della fontana pubblica. Ciascuno dei due o tre caporali sceglieva la mezza dozzina di zappatori assunti per la giornata o, caso raro, per l’intera settimana nei periodi in cui si procedeva a lavori che necessitavano di particolare maestria ed esperienza. Le chiamate dei lavoratori venivano completate in pochi minuti, seguendo una prassi consolidata: ciascun caporale chiamava un solo prescelto per volta e così tutti gli altri capisquadra, a turno, sino ad esaurire le assunzioni previste per quella giornata. I prescelti si disponevano in gruppo dietro il loro capo, pronti a recarsi nelle aziende agricole (vigneti, soprattutto), che sorgevano a qualche centinaio di metri dall’abitato, a formare un rigoglioso e ben tenuto anfiteatro a sud di Montecciu. I molti che rimanevano esclusi dalla chiamata non prendevano immediatamente la strada del ritorno a casa; si fermavano ancora, una buona mezz’oretta, per commentare le scelte appena concluse e che provocavano spesso accese discussioni e contestazioni sui soliti metodi alla base delle chiamate. Le lamentele, essendosi ormai allontanati sia i selezionatori sia i fortunati lavoratori prescelti, si accendevano dapprima quasi in sordina, con l’impressione che nessuno avesse voglia di rinfocolare il dibattito. La discussione nel giro di qualche battuta assumeva però un andamento di vibrata protesta: possibile che ci si dovesse rassegnare all’accettazione di così evidenti ingiustizie che colpiscono regolarmente i più onesti tra gli aspiranti alla chiamata e favoriscono di conseguenza i soliti raccomandati? Si chiamavano in causa sospetti interventi del parroco, presunte simpatie politiche, si citavano cognomi collegati ad altri cognomi più importanti, disturbi fisici più o meno evidenti, e talora venivano innescate sommesse e pruriginose chiacchiere sulle mogli, sulle fidanzate, sulle cugine dei prescelti. Ma trattandosi di una lotteria senza troppe costanti fisse, questo genere di chiacchiericcio finiva con lo sfiorare, un giorno dopo l’altro, un po’ tutti i presenti, gli assenti, i trapassati, gli uomini e le donne, i ladri e i latitanti, gli scapoli e gli ammogliati, i residenti e gli emigrati. Ciascuno, a turno, assumeva così il ruolo dell’indagatore o dell’accusato, con buona pace un po’ di tutti. Questa coda di pettegolezzi conditi con un po’ di cattiveria, di molta fantasia e indicibile risentimento, contribuiva a calmare gli animi, soprattutto quelli maggiormente esacerbati da prolungate esclusioni, rendendo comunque a tutti meno penoso il ritorno a casa. A mani vuote. Alcuni dei disoccupati giornalieri ancora non se la sentivano di affrontare il ritorno a casa dopo l’infruttuosa confusione mattutina che avevano provocato in famiglia, ma preferivano intrattenersi ancora un po’ in piazza Funtanedda, con la segreta speranza che potesse verificarsi una chiamata suppletiva di lavoratori in seguito a qualche imprevista e improrogabile necessità. Ma si trattava più di un autoinganno che di un’aspettativa concreta. Altri si attardavano per dare un’occhiata al pranzo approntato dalle loro donne, mogli, sorelle, o, in taluni casi, dalle loro madri. Prima che il gruppetto si sciogliesse, qualcuno dei presenti, in vena di disinteressata prodigalità, spesso decantava la bontà del suo formaggio e, senza alcun indugio, con la pattadese spezzettava la fetta di pecorino in piccoli cubetti che porgeva ai compari utilizzando l’affilatissima punta del coltello a mo’ di forchetta. Si dava così inizio a una brevissima colazione che veniva conclusa con l’immancabile assaggio del cannonau che qualcuno dei presenti tirava fuori dalla bertula. La frugalità del rito conferiva all’intera scena una sorta di sacralità, quasi una veloce messa laica; una funzione che era un po’ il rinnovo del patto di amicizia e di non aggressione che da sempre i sardi, quelli autentici dei paesi dell’interno, rinnovavano con gesti e formule che lasciavano trasparire un non so che di ieratico, di antico, di solenne. Una funzione che si ripeteva ogniqualvolta due pastori, o anche più, s’incontravano mentre conducevano le rispettive greggi al pascolo; ed era un rinnovo del patto di non sconfinamento nell’altrui territorio. Ed era anche un antico e perseverante accordo, ancora più impegnativo e carico di conseguenza, quello cioè che contemplava di non mettere le mani sulla proprietà dell’altro: sulle sue pecore, s’intende, perché altre proprietà un pastore non aveva. E quale migliore suggello di una bevuta per il ririnnovo di un accordo che si doveva necessariamente confermare ad ogni occasione d’incontro? Il ritorno a casa veniva così diluito e spesso gli uomini evitavano il ritorno alle loro case, decidendo di recarsi nei minuscoli appezzamenti e trascorrere la restante parte della mattinata, con il risultato, per lo meno, di evitare le solite lamentele scagliate a ruota libera da mogli e madri esasperate dalla miseria che mordeva ogni giorno di più. Ed erano parole pesanti da mandare giù per chi le riceveva, com’erano d’altronde pesanti e spesso ancora più dolorosi i silenzi, quei lunghi silenzi che seguivano al mesto ritorno a mani vuote. E quegli sguardi vuoti e rassegnati spesso si trasformavano all’improvviso in feroci occhiate di rimprovero indirizzate ai più piccoli della famiglia perché la smettessero di piangere, una buona volta…

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