BREVE STORIA DELLA SARDEGNA - edizioni KINDLE AMAZON

Nel secondo capitolo del suo libro Memorie del Mediterraneo, scritto nel 1969, Fernand Braudel, in accordo con la narrazione tradizionale, ribadisce l’ipotesi – che si riteneva molto probabile se non addirittura certa - che la Corsica e la Sardegna avrebbero atteso, per essere popolate, l’approdo di navigatori giunti verso la metà del III millennio. Anche Giovanni Lilliu, il padre dell’archeologia nuragica si collocava nella medesima corrente di pensiero: “La terra che vanta i lembi geologici più vecchi d’Italia fu una delle ultime a ricevere l’uomo. Esso arrivò relativamente molto tardi in Sardegna, soltanto nel Neolitico e, per quanto oggi se ne sa,in nuclei isolati a carattere di popolamento episodico. Nessuna traccia dell’uomo paleolitico che ha lasciato manifestazioni diffuse e intense in Africa, Spagna e nella penisola italiana… Per molte migliaia di anni, dunque, la Sardegna rimase disabitata, coperta da un manto di boschi...”. Ma la limpida onestà intellettuale porterà, qualche anno più tardi, il Professor Lilliu a precisare: “Così io pensavo e scrivevo della venuta dell’uomo in Sardegna nella prima edizione di questo libro (La civiltà dei Sardi) uscita nel 1963, e poi nella seconda del 1972 ampliata nel 1975, sino allle ristampe del 1980 e del 1983”. La generale accettazione di tale pensiero condusse alle più svariate interpretazioni e congetture sulla provenienza dei primi abitatori dell’isola. Si dimenticò - durante tali dibattiti, ipotesi e studi che si prolungarono nel tempo – che difficilmente un processo di popolamento di terre vergini si esaurisce in un limitato arco di tempo, ignorando che i movimenti che hanno originato le colonizzazioni possono abbracciare periodi piuttosto lunghi, essere interrotti per anni o secoli, ripresi più volte e più volte abbandonati. Di molti di essi restano tracce più o meno evidenti e di altri solo qualche fortunato caso può portare una nuova luce alle precedenti interpretazioni. Accadde ciò anche in Sardegna. Ma procediamo con ordine. Per anni l'ipotesi – come si è già accennato - maggiormente accreditata sull'argomento e sui problemi ad esso connessi (provenienza dei primi colonizzatori) indicava, come altamente probabile l'epoca di edificazione dei nuraghi nel nel periodo compreso tra il III e il II millennio. Non restava altro che individuare e approfondire meglio gli stili e le culture ispiratrici delle antichissime costruzioni disseminate un po' dappertutto nell'Isola. Dopodiché l'enigma degli scavatori e utilizzatori delle domus de janas (tombe e luoghi di culto scavati nella roccia), dei costruttori delle tombe dei giganti, e successivamente delle torri nuragiche, avrebbe trovato un'accettabile spiegazione. S’intravidero assonanze stilistiche e tracce delle probabili Culture che avrebbero potuto esercitare i loro influssi sulla tecnica costruttiva dei nuraghi, dei monumenti funebri, degli edifici sacri (pozzi sacri).Appariva tutto chiaro: il mare aveva isolato la Sardegna, lasciandola fuori dalla Storia del Mediterraneo e dell’Europa, per i primi 7-8.000 anni del Neolitico e ci sarebbe entrata solamente attorno al 2.500 a. C. Se pensiamo, limitandoci all’Europa occidentale, che sin dal 30.000 a.C. gli uomini che frequentarono le grotte di Chauvet (Francia meridionale) lasciarono graffiti e dipinti sulle pareti che raffiguravano bisonti, orsi, mammut, cavalli, uccelli… Pareva proprio che la Storia avesse dimenticato la Sardegna o perlomeno che fosse arrivata nell’Isola con decine di migliaia d’anni di ritardo rispetto al Continente europeo. Ma la Storia, quella remota, nasconde spesso il suo dispiegarsi lungo i secoli e i millenni, e ogni supposta verità o evidenza è sempre e solo interpretazione legata al livello delle conoscenze del presente e spesso è frutto di pregiudizi e di accomodamenti anche ideologici; nuove letture stravolgono ciò che si riteneva acquisito in maniera definitiva. Come affermava John Stuart Mill (On Liberty): la verità può avere solamente un valore provvisorio. L’interpretazione dei reperti archeologici non è né certa né definitiva, e non potrebbe essere diversamente. Basti pensare al continuo perfezionamento e potenziamento dei metodi d’indagine e al continuo apporto della tecnologia al servizio di tutti i rami della conoscenza. Gli storici che esaminano una Civiltà o un periodo storico molto lontano nel tempo, hanno dunque a disposizione strumenti e metodi sempre più attendibili per la datazione dei reperti archeologici, compresa la misurazione radiometrica, la più nota delle quali è l’analisi C-14, o del radiocarbonio. Anche la stratigrafia e le interpretazioni per analogia sono procedimenti diffusi e accettati; senza trascurare l’enorme vantaggio che, nell’ultimo quarto di secolo, proviene dall’uso sempre più generalizzato di Internet che consente la diffusione planetaria e simultanea delle ricerche, degli studi e dei risultati in qualsiasi campo. E’ bene comunque non dimenticare che le certezze scientifiche sono valide in quanto ci permettono di soddisfare una specifica esigenza d’interpretazione e che perciò risultano essere utili: la loro validità verrà messa in discussione da future inevitabili confutazioni. Occorre anche ricordare il ruolo fondamentale (e qualche volta rivoluzionario) che è spesso derivato dalle scoperte casuali che possono dare avvio a campagne di scavo ed esplorazione di siti mai precedentemente individuati. La Sardegna rientra nella Storia La Sardegna rientrerà a pieno titolo nell’alveo storico dell’Europa e del Mediterraneo nel 1979 quando si assisterà alla prima segnalazione di inconfutabili prove della presenza umana in un periodo ascrivibile attorno all’XI millennio a.C., in seguito al ritrovamento, nella grotta Corbeddu che si trova nei pressi della valle di Lanaittu (Oliena) – esplorata nel 1967, ed esaminata con rigore scientifico nei 20 anni successivi - di resti del cervo Megaceros Cazioti con tracce di intervento umano a mezzo di un utensile ricavato da osso. Alcuni studiosi spostano ancora più indietro (di molte decine di migliaia di anni!) la probabile presenza umana in Sardegna. A questa conclusione si è giunti in seguito al ritrovamento di materiali scheggiati, in selce e quarzite, inquadrabili dal punto di vista tipologico nello stile clactoniano, quello cioè che caratterizza gli oggetti rinvenuti per la prima volta nel sito di Clacton-on Sea, Gran Bretagna, agli inizi del 1900. Lo stile clactoniano - nome adottato dal Henri Breuil, antropologo e archeologo francese noto anche per lo studio dell’arte rupestre nelle grotte di Altamira e Lescaux - è caratterizzato da manufatti di pietra derivati da grandi schegge. Le industrie denominate clactoniane sono state attribuite ad alcune centinaia di oggetti (bulini, punte, raschiatoi, ed altro) venuti alla luce nell’Anglona, tra Perfugas e Laerru, lungo il corso del Rio Altana. Si può tranquillamente, dopo tali scoperte di reperti litici, affermare che buona parte di ciò che si era pensato e scritto per decenni, circa l’assoluta estraneità della Sardegna al lento cammino delle popolazioni europee e mediterranee verso la Storia e la civiltà, risultò un’ipotesi infondata. Se fino a 40 anni fa era convinzione diffusa e accettata dalla maggior parte degli studiosi di preistoria che i primi insediamenti dell’uomo nell’Isola risalivano al neolitico o tutt’al più all’ultima fase del paleolitico superiore (circa 10.000 – 12.000 a.C.), pur con tutte le cautele, si tende a spostare indietro nel tempo tale periodo di colonizzazione collocandolo nel paleolitico inferiore (400.000 – 100.000 a.C.). Accantonata la convinzione che la Sardegna fosse una delle ultime regioni mediterranee ad essere colonizzata, non restava che ipotizzare una invasione proveniente per via terrestre e, limitatamente a brevi tratti, via mare. Questo in quanto nelle epoche remote cui si farebbero risalire le prime tracce dei colonizzatori protosardi, l’arte della navigazione pare fosse limitata ad alcune popolazioni del Vicino Oriente e riguardasse esclusivamente la navigazione fluviale, quella lacustre o sottocosta. A questo punto diventava verosimile ipotizzare il solo tragitto possibile a disposizione dei primi immigrati: quello resosi disponibile tra l'arcipelago toscano, la Corsica e la Sardegna. Venne cioè molto probabilmente utilizzato una sorta di ponte naturale formatosi in seguito all'innalzamento della piattaforma sottomarina e all'abbassamento del livello del mare nei periodi che videro le diverse glaciazioni alternarsi tra i 500 mila e i 10 mila anni fa. Neolitico e nascita dell’agricoltura. Con la fine del Mesolitico, collocata tra 12.000 e 10.000 anni fa, si assiste a un clima più mite e al passaggio da una forma di economia basata esclusivamente sulla caccia e sulla raccolta di frutti ed erbe spontanee, ai primi “esperimenti” di agricoltura, intesa come attività produttiva di cereali e leguminose, atta a soddisfare le esigenze alimentari di una popolazione in aumento; cereali e legumi già presenti, d'altronde, invaste aeree allo stato spontaneo, selvatico, e abbondantemente raccolti e utilizzati. Naturalmente anche in questo caso siamo nel campo delle ipotesi, pur avendo ultimamente assistito a un affinamento e perfezionamento delle tecniche d’indagine che si avvalgono di innovativi metodi di ricerca che stanno conducendo gli studi della preistoria sul piano della storia a tutti gli effetti. Un esempio di tale svolta è stato fornito dalla genetica grazie al fondamentale contributo di Albert Ammermann e Luca Cavalli Sforza (La transizione neolitica e la genetica delle popolazioni in Europa – 1984). Recenti studi e ricerche sull'argomento “nascita dell'agricoltura e nascita dello Stato” hanno modificato almeno in parte le precedenti teorie che attribuivano l'avvio della tecnica agricola a quelle popolazioni (anatoliche, mesopotamiche e delle aree circostanti) che avevano abbandonato il nomadismo: gruppi che avevano optato per una vita più sedentaria, caratterizzata da più stabili insediamenti (accampamenti o villaggi) e che nel tempo avrebbero dato l'avvio alla domesticazione dei cereali. Si sarebbe dato inizio, in questo modo, anche alle prime domesticazioni degli animali (ovini, caprini, suini e poi bovini), allevati in un primo tempo quali fornitori di carne e pellami e in epoca più tarda come fornitori di energia per il trasporto e il lavoro nei campi e ancora come fornitori di concimi. "Si è scoperto però che la sedentarietà precede di molto le prove della domesticazione di piante e animali e che stanzialità e domesticazione esistevano almeno quattromila anni prima che apparisse qualcosa di simile ai villaggi agricoli... La sedentarietà è piuttosto comune in scenari pre-agricoli ecologicamente ricchi e variegati – in particolare le terre umide ai margini delle rotte di migrazione stagionale di pesci, uccelli e selvaggina di grosse dimensioni... Troviamo anche l'anomalia opposta: la coltivazione dei campi associata con la mobilità e la dispersione, eccetto che per il breve periodo del raccolto". (James C. Scott - Le origini della civiltà. Una controstoria - traduzione di Maddalena Ferrara - Einaudi 2018).

Commenti