E vennero i Fenici e i Punici.
Non è agevole stabilire una cronologia attendibile dei primi insediamenti fenici in Sardegna. E’ comunque importante, in difetto di attendibili riscontri archeologici, rilevare la presenza di sbarchi esplorativi a partire dalla metà del IX secolo in alcuni centri della costa sud occidentale destinati a notevole espansione. Cominciamo da Nora, a sud del golfo di Cagliari e la cui fondazione si può ricondurre alla necessità di poter disporre di un utilissimo e ben protetto scalo marittimo, in una posizione ideale e simile a quella di tutte o quasi tutte le colonie fenicie. L’epoca di questo primo insediamento fenicio in Sardegna la si ricava dalla famosa stele di Nora i cui caratteri hanno permesso un’attendibile datazione che si colloca appunto attorno all’850 a.C. La stele ricavata da una lastra di arenaria, ritrovata nel Capo di Pula, riporta un’iscrizione di otto righe nella terza delle quali, partendo da destra verso sinistra sono state individuate le lettere corrispondenti a SRDN, che risulta essere la più antica menzione del nome Sardegna. Tale importante reperto è ora esposto nel Museo Archeologico Nazionale di Cagliari. Un’altra località frequentata dai navigatori fenici come scalo lungo le rotte commerciali fu Sulcis, l’attuale Sant’Antioco. Anche in questo caso venne individuato un approdo sicuro, nei pressi di uno stagno, la cui prossimità costituiva un’altra delle caratteristiche presenti nella scelta degli approdi fenici. Le iscrizioni rinvenute a Sulcis spostano la loro datazione a non prima dell’ VIII secolo. Eccezionale importanza ha il tophet dove sono state rinvenute centinaia di urne e stele funerarie. Sulcis fu un centro fenicio che ebbe una primaria importanza sia per il controllo delle coste vicine, sia per l’entroterra. A tale scopo si procedette nella costruzione di piazzeforti, come quella edificata sul Monte Sirai, quattro chilometri distante dalla costa. Questo insediamento venne poi accresciuto e rinforzato successivamente dai cartaginesi, una volta subentrati ai colonizzatori fenici. Terzo centro (solito approdo al riparo dai venti, sorto su un promontorio, quello di San Marco, sulla propaggine settentrionale del golfo di Oristano) è Tharros. I ritrovamenti di tombe e di un’ imponente cinta muraria a difesa dall’entroterra portano alla conclusione che già dall’VIII-VII secolo a.C. i Fenici diedero l’avvio al loro stabile insediamento. Altri centri di più recente fondazione furono Cagliari e Bithia (nei pressi di Chia). Per quanto riguarda Cagliari, restano ancora oggi visibili solo la necropoli di Tuvixeddu, il ritrovamento di un’iscrizione nel Capo di Sant’Elia e resti di un’altra necropoli che sorgeva nel colle di Bonaria. Altre eventuali tracce degli insediamenti fenici sono state sicuramente cancellate dall’espansione urbanistica della città. A San Sperate una necropoli fu individuata nel 1800 e in quel sito venne rinvenuta la famosa maschera ghignante databile attorno a V secolo, e tutt’ora custodita nel Museo Archeologico di Cagliari. Le città fenicie erano dunque dislocate lungo la fascia costiera sud occidentale dell’Isola e non poteva essere diversamente considerata la secolare vocazione delle popolazioni fenicie per gli scambi commerciali, soprattutto quelli marittimi. Il commercio dei prodotti dell’artigianato fenicio con i prodotti degli allevatori nuragici e, forse, con i metalli (rame?) e altri minerali era stato l’obiettivo principale dell’occupazione del suolo sardo. Il commercio unito alle necessarie attività artigianali che trovavano spazio all’interno delle città, costituiva la base dell’economia fenicia. Inevitabili anche i tentativi di penetrazione fenicia nelle zone interne, o perlomeno distanti dai centri rivieraschi, ma sempre senza evidenti obiettivi di conquista militare. Col passare del tempo la presenza fenicia si estese su tutto quel lunghissimo tratto costiero che dal golfo di Cagliari arriva oltre il golfo di Oristano, sulla cui estremità a nord, nel capo San Marco, venne fondata Tharros; la zona d’influenza commerciale comprendeva comunque anche buona parte del Campidano. La parte centrale e orientale della Sardegna restava invece una zona sotto il controllo nuragico che attorno al V secolo a.C. stava attraversando una fase di declino cui seguirà il conseguente ripiegamento verso le zone montuose interne. In quello stesso periodo le città fenicie sorte in
Sardegna, erano diventate autonome dalla madrepatria che, da parte sua, si vide costretta ad allentare i rapporti con i lontani coloni in quanto altri problemi stavano sorgendo; le popolazioni stanziate nei territori alle sue spalle (popoli assiri), premevano e si espandevano in cerca di nuove terre da occupare. A voler sintetizzare il significato dell’occupazione fenicia, si può affermare che l’attività commerciale che seguì alla presenza in Sardegna di quel popolo particolarmente intraprendente e attivo venne accettata dalle popolazioni nuragiche senza eccessive resistenze. Fu una pacifica e opportuna condivisione di una attività poco praticata dalle genti sarde, che da essa trassero esclusivamente i marginali vantaggi derivanti dagli scambi dei prodotti, senza peraltro abbandonare la propria collaudata forma di un’ economia rurale e tendente all’autosufficienza. Il modello organizzativo delle città fenicie sorte nell’isola non innescò un analogo processo di aggregazione economica e politica fra le comunità indigene. I nuragici, infatti, continuarono ad abitare in semplici capanne a ridosso dei nuraghi; non adottarono la scrittura; non estesero, adattandoli, i modelli di organizzazione delle città fenicie ai loro villaggi: l’età nuragica perdurò immutata ancora per qualche secolo sino alla sua lenta, totale estinzione. Le popolazioni sarde vennero a conoscenza di nuove forme di aggregazione sociale, nuove forme di economia e di artigianato, ma non ne furono conquistati; continuarono a preferire un orgoglioso e indipendente stile di vita, eccessivamente legato alle tradizioni e conseguentemente restio ai cambiamenti.
Commenti
Posta un commento