Tutti erano convinti di essere diretti verso un luogo in qualche modo più gradevole di quello che stavano lasciando, ma era necessario che quel trasferimento avvenisse col minimo di ritardo e di spesa. Ritardo e spesa erano stati la loro sorte comune grazie a un esercito di professionisti della mancia, di esattori, di impiegati consolari insonnoliti e di annoiati funzionari dell'Ufficio Emigrazione che se ne infischiavano altamente se i viaggiatori raggiungevano la propria nave o morivano di schianto davanti a loro. Tutti i giorni, dal mattino alla sera, vedevano troppa di quella gente, con quel miasma inquietante di angustie finanziarie e domestiche che vaporava dai loro decorosi vestiti. Ai funzionari non importava affatto di una simile genia; fastidi del genere ne avevano abbastanza per conto loro.Per quasi ventiquattr'ore quegli anonimi viaggiatori senza viso che avevano quasi totalmente esaurito la loro essenza umana e si portavano chiuse in petto le loro individuali sofferenze, memorie, intenzioni e coartate volontà, corsero cocciutamente (c'era lo sciopero dei tassisti), sudati, disperati, affamati (c'era lo sciopero dei fornai e lo sciopero dei gelatai) dall'albergo all'Emigrazione alla Dogana al Consolato al molo e daccapo alla stazione ferroviaria, tentando ancora una volta di rimettere insieme gli orli sbrindellati delle loro vite e dei loro averi. Ognuno di loro alla stazione si era visto prendere il bagaglio da un facchino che aveva subito imposto il suo diritto esponendo le leggi spietatamente unilaterali della situazione; poi tutti questi individui si erano volatilizzati con la roba, e dov'erano andati a finire? Quando serebbero tornati? Tutti cominciavano a sentire la mancanza della spazzola per capelli, delle camicie pulite, delle bluse, dei fazzoletti; corsero tutto il giorno, sdici, che nemmeno l'acqua di fonte riusciva più a rinfrescarli. Così i viaggiatori si affannavano, rincontrandosi sempre in tutti quegli scomodi luoghi dove fatalmente tovevano trovarsi, condividendo le stesse sofferenze : un caldo quasi insopportabaile, la spietata furia incandescente di un sole vendicativo; cibi schifosi, schifosi oltre ogni credere, che camerieri insolenti sbattevano sul tavolo davanti alle loro facce chine. Tutti, almeno una volta, avevano respinto un piatto di qualche grasso intruglio con una mosca o uno scarafaggio dentro, e l'avevano pagato senza fiatare dando persino la mancia al cameriere, tanto l'odore tipico della violenza era nell'aria, pazza insieme e istupidita. Si rischiava come niente d'essere uccisi per una parola o un gesto senza importanza, e sarebbe stata una fine sciocca.
LA NAVE DEI FOLLI (SHIP OF FOOLS - LITTLE, BROWN & Company, Boston-Toronto 1945) traduzione di Adriana Motti 1964 Giulio Einaudi editore
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