LA NAVE DEI FOLLI - Katherine Anne Porter - edizione Italiana Einaudi 1964 Traduzione di Adriana Motti.

Titolo originale SHIP of FOOLS by Katherine Anne Porter- Little, Brown & Company, Boston, Toronto 1945. I passeggeri esaminarono la loro nave con quell'interesse e quello strano germogliare di affetto che anche la più brutta nave può ispirare, quando si sente che tutte le proprie faccende personli sono ormai affidate alla sua stiva e alle sue cabine.......... La nave emise un brontolio, oscillò, s'impennò, poi si mosse lenta,mentre il pulsare delle macchine si intensificava in un ritmo uniforme; i rimorchiatori ai suoi fianchi si avventavano a muso avanti latrando e sbuffando, e tra la nave e i piloti del porto apparve un tratto di acqua sudicia che andava lentamente allargandosi. D'improvviso, con un movimento generale come se la terra che stavano lasciando fosse cara a tutti, i passeggeri si affollarono sul ponte, si schierarono lungo il parapetto, fissarono stupiti la riva che si allontanava, salutarono con la mano, gridarono e mandarono baci ai piccoli e squallidi assembramenti sulla banchina, che ricambiarono gridi e saluti.Tutte le navi in porto abbassarono le bandiere, la piccola orchestra sul ponte intonò alcune battute di "Adieu, mein kleiner Garde-Offizier adieu, adieu..." poi i suonatori ringuainarono gli strumenti e, con aria apatica, scomparvero senza più volgere uno sguardo a Veracruz. ******************************* In soli due giorni, la vita a bordo aveva cominciato a svolgersi con una monotonia abbastanza piacevole, ma il terzo giorno si ripeté la gioiosa esperienza di essere in un porto: l'Avana. Questa volta i passeggeri non avevano preoccupazioni,finalmente non dovevano fare nient'altro che godersi appieno lo spettacolo. Tutti quanti facevano sfoggio di freschi abiti estivi e accorsero verso il barcarizzo prima ancora che fosse ben sistemato........................... Il caldo era insopportabile, la vita nelle strade si aggirava torpidamente in un sogno pigro, la luce aggressiva faceva quasi barcollare, e non c'era essere umano che non grondasse da tutti i pori; le lingue dei cani sbavavano.... L'aria non era più aria, ma un caldo appiccicoso miasma di sudore, di sporcizia , di cibi stantii e di sudici rifiuti, di cenci e di escrementi: il lezzo della povertà. Non era gente priva di connotati: erano tutti spagnoli, le loro teste avevano forma e significato e tradizione, negli occhi avevano uno sguardo da creature consapevoli di essere vive, la loro pelle era la pelle degli affamati, e per di più esausti dal troppo lavoro, quel tetro, sudicio pallore infiltrato di sfumature di verderame, quasi che da generazioni il loro sangue non si fosse abbastanza rinnovato. I piedi erano lividi, incalliti, spaccati, con le giunture nodose, le mani a pugni gonfi. Evidentemente non si trovavano lì per desiderio o inziiativa propria, e nell'umiltà derelitta della completa schiavitù aspettavano tutto quello che gli sarebbe ancora toccato. Le donne allattavano i loro macilenti piccini; gli uomini sedevano annaspando tra i loro miseri averi, legandoli più stretti; si pulivano i piedi con le dita, si grattavano la testa ; o se ne stavano inerti in un ozio penoso, con gli occhi fissi nel vuoto. Bambini pallidi e inquieti da far pietà sedevano vicino alle loro madri e le guardavano, ma non facevano domande.

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