Titolo originale SHIP of FOOLS - Little, Brown & Company, Boston, Toronto 1945.
I passeggeri esaminarono la loro nave con quell'interesse e quello strano germogliare di affetto che anche la più brutta nave può ispirare, quando si sente che tutte le proprie faccende personli sono ormai affidate alla sua stiva e alle sue cabine..........
La nave emise un brontolio, oscillò, s'impennò, poi si mosse lenta,mentre il pulsare delle macchine si intensificava in un ritmo uniforme; i rimochiatori ai suoi fianchi si avventavano a muso avanti latrando e sbuffando, e tra la nave e i piloti del porto apparve un tratto di acqua sudicia che anadava lentamente allargandosi. D'improvviso, con un movimento generale come se la terra che stavano lasciando fosse cara a tutti, i passeggeri si affollarono sul ponte, si schierarono lungo il parapetto, fissarono stupiti la riva che si allontanava, salutarono con la mano, gridarono e mandarono baci ai piccoli e squallidi assembramenti sulla banchina, che ricambiarono gridi e saluti.Tutte le navi in porto abbassarono le bandiere, la piccola ochestra sul ponte intonò alcune battute di "Adieu, mein kleiner Garde-Offizier adieu, adieu..." poi i suonatori ringuainarono gli strumenti e, con aria apatica, scomparvero senza più volgere uno sguardo a Veracruz.
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In soli due giorni, la vita a bordo aveva cominciato a svolgersi con una monotonia abbastanza piacevole, ma il terzo giorno si ripeté la gioiosa esperienza di essere in un porto: l'Avana. Questa volta i passeggeri non avevano preoccupazioni,finalmente non dovevano fare nient'altro
che godersi appieno lo spettacolo. Tutti quanti facevano sfoggio di freschi abiti estivi e accorsero verso il barcarizzo prima ancora che fosse ben sistemato...........................
Il caldo era insopportabile, lavita nelle strade si aggirava torpidamente in un sogno pigro, la luce aggressiva faceva quasi barcollare, e non c'era essere umano che non grondasse da tutti i pori; le lingue dei cani sbavavano.... L'aria non era più aria, ma un caldo appiccicoso miasma di sudore, di sporcizia , di cibi stantii e di sudici rifiuti, di cenci e di escrementi: il lezzo della povertà. Non era gente priva di connotati: erano tutti spagnoli, le loro teste avevano forma e significato e tradizione, negli occhi avevano uno sguardo da creature consapevoli di essere vive, la loro pelle era la pelle degli affamati, e per di più esausti dal troppo lavoro, quel tetro, sudicio pallore infiltrato di sfumature di verderame, quasi che da generazioni il loro sangue non si fosse abbastanza rinnovato. I piedi erano lividi, incalliti, spaccati, con le giunture nodose, le mani a pugni gonfi. Evidentemente non si trovavano lì per desiderio o inziiativa propria, e nell'umiltà derelitta della completa schiavitù aspettavano tutto quello che gli sarebbe ancora toccato. Le donne allattavano i loro macilenti piccini; gli uomini sedevano annaspando tra i loro miseri averi, legandoli più stretti; si pulivano i piedi con le dita, si grattavano la testa ; o se ne stavano inerti in un ozio penoso, con gli occhi fissi nel vuoto. Bambini pallidi e inquieti da far pietà sedevano vicino alle loro madri e le guardavano, ma non facevano domande.
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