C'era una volta, nel cuore dell'Europa, un regno che si chiamava Ungheria.Vi scorrevano fiumi ricchi di pesci, attraverso pianure verdi e sconfinate. L'estate trasformava questa pianure in un deserto infuocato; d'inverno, esse diventavano un mare di ghiaccio coperto di neve. La notte, tendendo l'orecchio,
gli uomini potevano udire l'ululato dei lupi. Gli ungari che abitavano questo territorio ed erano originari dell'Asia assicuravano che un uomo a cavallo poteva spingersi verso oriente per giorni e giorni senza incontrare anima viva. Il loro paese, dicevano, era chiuso da un'alta corona di montagne, che erano però come una porta che si apriva verso l'Asia. Al di là, ricominciava la pianura sconfinata. A volte, in quella distesa, si vedeva spuntare un albero solitario, un'acacia o un salice, oppure un gruppo di cavalieri che rapidamente scomoariva. L'uomo a cavallo scorgeva scorgeva talora torri e città, o Dio solo lo sa cos'altro, ma anche queste immagini svanivano subito all'orizzonte. D'estate, potevano addirittura apparire le tende di seta di un accampamento, o delle palme, ma tutto questo non era che un'illusione degli occhi, un mirggio creato dall'aria e dalle nuvole. E, di nuovo, il cielo si abbassava, come una cortina azzurra, a toccare quella terra deserta. Sino alla fine del XVIII secolo, in questo regno le guerra furono frequenti. Dopo essere giunti alle porte di Vienna, i turchi erano stati ricacciati indietro fino a Belgrado.
Dal romanzo MIGRAZIONI parte seconda - di Milos Crnjanski tradotto da Lionello Costantini - Adelphi Edizioni 1998
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