BREVE STORIA DELLA SARDEGNA - Edizioni KINDLE AMAZON

“Dei non greci in occidente, i sardi hanno inviato una statua di bronzo di colui (Sardus Pater) da cui prendono il nome. Per dimensione e prosperità la Sardegna è alla pari delle isole più celebri. Quale fosse l’antico nome che le davano gli indigeni non lo so, ma quelli dei Greci che vi navigavano per commerciare la chiamavano Ichnussa perché la forma dell’isola è molto simile all’impronta di un uomo (ichnos). La sua lunghezza è di 1.120 stadi e la sua larghezza si estende fino a 420 stadi. Si dice che i primi marinai a sbarcare nell’isola siano stati libici. Il loro capo era Sardus, figlio di Maceris, soprannominato Eracle dagli egiziani e dai libici. Lo stesso Maceris fu celebrato principalmente per il suo viaggio a Delfi, ma fu Sardo a guidare i libici a Ichnussa e dopo di lui l’isola fu ribattezzata (Sardegna). Tuttavia l’esercito libico non ha espulso gli aborigeni che hanno accolto gli invasori come coloni, per costrizione piuttosto che per buona volontà. Né i libici né la popolazione nativa sapevano costruire città. Dimoravano in gruppi sparsi, dove il caso trovava loro una casa in capanne o caverne. Anni dopo i libici, giunsero nell’isola Aristeo e i suoi seguaci provenienti dalla Grecia…Anche questi coloni non fondarono alcuna città, la ragione essendo, credo, che né in numero né in forza erano capaci del compito. Dopo Aristeo, gli Iberi passarono in Sardegna, guidati da Norace come capo della spedizione e fondarono la città di Nora. La tradizione vuole che questa sia stata la prima città dell’isola.Un quarto componente della popolazione fu l’esercito di Iolao, composto da Tespiesi e da uomini dell’Attica, che fece scalo in Sardegna e fondò Olbia; da soli, gli Ateniesi fondarono Ogryle sia in commemorazione di una delle loro congregazioni religiose in patria sia perché uno stesso Orylus prese parte alla spedizione. Comunque sia, ci sono ancora oggi in Sardegna luoghi chiamati Iolaia, e Iolao è venerato dagli abitanti. Quando Troia fu presa, tra quei Troiani che fuggirono c’erano quelli che si salvarono con Enea. Una parte di essi, sospinti dai venti favorevoli, giunse in Sardegna e si unì con i Greci già ivi insediati. Ma agli elementi non greci fu impedito di entrare in conflitto con i Greci e i Troiani poiché i due nemici erano altrettanto bene armati e inoltre il fiume Thorsus, scorrendo tra i loro territori, impediva ad entrambi l’attraversamento. Tuttavia molti anni dopo, i Libici tornarono nell’Isola con un esercito più forte e iniziarono una guerra contro i Greci. I greci furono completamente annientati e solo pochi di loro sopravvissero. I Troiani fuggirono nelle parti alte dell’Isola e occuparono montagne difficili da scalare essendo impervie e protette da palizzate. Anche al giorno d’oggi si chiamano Ili (o Iliensi da Ilo, Troia) ma nella figura, nella foggia delle armi e nel modo di vivere in generale, sono come i Libici. Poco distante dalla Sardegna c’è un’isola, chiamata Cirno dai Greci, ma Corsica dai Libici che la abitano. Gran parte della popolazione, oppressa dalle lotte civili, la lasciò e giunse in Sardegna; lì presero dimora, confinandosi negli altopiani. Quando i Cartaginesi furono al culmine della loro potenza marittima, vinsero tutti in Sardegna tranne Ili e Corsi, che sfuggirono alla schiavitù grazie alla forza delle montagne. Questi Cartaginesi, come quelli che li hanno preceduti, fondarono città nell’isola, cioè Caralis e Sulci. Alcuni mercenari cartaginesi, libici o iberici, litigarono per il bottino, si ammutinarono e si unirono ai coloni dell’altopiano. Il loro nome in lingua Cyr è Balari che è il nome che indica i fuggiaschi. Queste sono le razze che dimorano in Sardegna e tale era la modalità del loro insediamento. La parte settentrionale dell’Isola e quella verso la terraferma d’Italia consiste di una ininterrotta catena di montagne impraticabili. E se navighi lungo la costa, su questa non troverai approdo mentre violente ma irregolari raffiche di vento scendono verso il mare dalle cime dei monti. Nel mezzo dell’isola c’è un’altra catena di montagne, ma di altezza inferiore. L’atmosfera qui è nel complesso pesante e malsana. Il motivo è in parte il sale che qui cristallizza, in parte l’opprimente,violento vento del sud, e in parte il fatto che, a causa dell’altezza dei monti dalla parte verso l’Italia. I venti del nord sono impediti - quando imperversa il caldo estivo - da raffreddare l’atmosfera e il terreno. Altri dicono che la causa sia Cirno, che nonè separato dalla Sardegna da più di otto stadi di mare, ed è tutto montuoso e alto. Così si pensa che Cirno impedisca al vento di ponente e al vento del nord di arrivare fino alla Sardegna. Né serpenti velenosi né innocui possono vivere in Sardegna, né ancora lupi; i caproni non sono più grandi di quelli che si trovano altrove, ma la loro forma è quella dell’ariete selvatico … Le loro corna non sporgono dalla testa, ma si arricciano dritte accanto alle orecchie. In velocità sono le più veloci di tutte le bestie. Ad eccezione di una pianta, l’isola è priva di veleni. Quest’erba mortale è come il sedano e si dice che chi la mangia muoia dal ridere. Perciò Omero, e gli uomini dopo di lui, chiamano sardonico il malsano riso. L’erba cresce principalmente intorno alle sorgenti, ma non conferisce alcun veleno all’acqua. Ho introdotto nella mia storia della Focide questo racconto della Sardegna, perché è un’isola intorno alla quale i Greci sono molto ignoranti. Il brano riportato sopra è quanto Pausania il Periegeta, geografo e scrittore greco di origine asiatica vissuto nel II secolo, inserì nel X libro ( 10.17.1-13 ) della sua opera Periegesi della Grecia, con l’intento di fornire notizie storiche e geografiche sulla Sardegna. A dire il vero, si trattava solo in minima parte di informazioni storiche dal momento che l’intraprendente autore attinse a piene mani alla vastissima mitologia greca senza trascurare l’epica con le sue narrazioni di imprese eroiche di personaggi eccezionali, veri o inventati che fossero, ma sicuramente mitizzati nel corso dei secoli e divenuti oggetto di trasmissione orale e scritta nell’intero mondo ellenico e non solo. A loro volta numerose notizie di carattere geografico sono frutto di esperienze dirette, mentre altre sono di seconda mano, racconti di naviganti greci che conoscevano i paesi descritti e le leggende intorno ad essi. Il trattato – una vera e propria guida della Grecia – dedica i suoi dieci libri, in ordine, all’Attica, Corinzia e Argolide, Laconia e Messenia, Elide e Olimpia, Acaia, Arcadia, Beozia, Focide (soffermandosi in particolar modo su Delfi e al suo santuario apollineo). In quest’ultimo libro, Pausania inserisce le notizie e le leggende circa la Sardegna e la sua colonizzazione. Considerati i tempi della redazione, la Periegesi contiene delle notizie geografiche sulla Sardegna piuttosto attendibili. Si vedano le misure della lunghezza e della larghezza dell’isola: la lunghezza riportata dallo scrittore greco è di circa 200 chilometri contro i 270 effettivi; la larghezza è indicata in 75 chilometri contro 140. Se pensiamo che si tratta di un’opera che risale a 1900 anni fa, non possiamo che essere piacevolmente colpiti da un calcolo sì approssimativo, ma assolutamente accettabile. Per quanto riguarda il clima e l’orografia, stesso discorso le notizie sono piuttosto veritiere. La parte storica, leggendaria e mitologica ha comunque superato brillantemente l’usura del tempo. La narrazione tradizionale attorno al popolamento della Sardegna indicava il periodo delle prime colonizzazioni coincidente con l’epoca della diffusione del megalitismo, fenomeno che in Sardegna si concretizzò con la costruzione delle numerose tombe dei giganti e che ebbe il suo culmine con l’edificazione delle migliaia di nuraghi sparsi un po’ ovunque. L’arrivo di quelle ondate di colonizzatori e costruttori dei monumenti megalitici si faceva risalire alla seconda metà del III millennio. Nel secondo capitolo del suo libro Memorie del Mediterraneo, scritto nel 1969, Fernand Braudel, in accordo con la narrazione tradizionale, ribadisce l’ipotesi – che si riteneva molto probabile se non addirittura certa - che la Corsica e la Sardegna avrebbero atteso, per essere popolate, l’approdo di navigatori giunti verso la metà del III millennio. Anche Giovanni Lilliu, il padre dell’archeologia nuragica si collocava nella medesima corrente di pensiero: “La terra che vanta i lembi geologici più vecchi d’Italia fu una delle ultime a ricevere l’uomo. Esso arrivò relativamente molto tardi in Sardegna, soltanto nel Neolitico e, per quanto oggi se ne sa,in nuclei isolati a carattere di popolamento episodico. Nessuna traccia dell’uomo paleolitico che ha lasciato manifestazioni diffuse e intense in Africa, Spagna e nella penisola italiana… Per molte migliaia di anni, dunque, la Sardegna rimase disabitata, coperta da un manto di boschi...”. Ma la limpida onestà intellettuale porterà, qualche anno più tardi, il Professor Lilliu a precisare: “Così io pensavo e scrivevo della venuta dell’uomo in Sardegna nella prima edizione di questo libro (La civiltà dei Sardi) uscita nel 1963, e poi nella seconda del 1972 ampliata nel 1975, sino allle ristampe del 1980 e del 1983”. La generale accettazione di tale pensiero condusse alle più svariate interpretazioni e congetture sulla provenienza dei primi abitatori dell’isola. Si dimenticò - durante tali dibattiti, ipotesi e studi che si prolungarono nel tempo – che difficilmente un processo di popolamento di terre vergini si esaurisce in un limitato arco di tempo, ignorando che i movimenti che hanno originato le colonizzazioni possono abbracciare periodi piuttosto lunghi, essere interrotti per anni o secoli, ripresi più volte e più volte abbandonati. Di molti di essi restano tracce più o meno evidenti e di altri solo qualche fortunato caso può portare una nuova luce alle precedenti interpretazioni. Accadde ciò anche in Sardegna. Ma procediamo con ordine. Per anni l'ipotesi – come si è già accennato - maggiormente accreditata sull'argomento e sui problemi ad esso connessi (provenienza dei primi colonizzatori) indicava, come altamente probabile l'epoca di edificazione dei nuraghi nel nel periodo compreso tra il III e il II millennio. Non restava altro che individuare e approfondire meglio gli stili e le culture ispiratrici delle antichissime costruzioni disseminate un po' dappertutto nell'Isola. Dopodiché l'enigma degli scavatori e utilizzatori delle domus de janas (tombe e luoghi di culto scavati nella roccia), dei costruttori delle tombe dei giganti, e successivamente delle torri nuragiche, avrebbe trovato un'accettabile spiegazione. S’intravidero assonanze stilistiche e tracce delle probabili Culture che avrebbero potuto esercitare i loro influssi sulla tecnica costruttiva dei nuraghi, dei monumenti funebri, degli edifici sacri (pozzi sacri).Appariva tutto chiaro: il mare aveva isolato la Sardegna, lasciandola fuori dalla Storia del Mediterraneo e dell’Europa, per i primi 7-8.000 anni del Neolitico e ci sarebbe entrata solamente attorno al 2.500 a. C. Se pensiamo, limitandoci all’Europa occidentale, che sin dal 30.000 a.C. gli uomini che frequentarono le grotte di Chauvet (Francia meridionale) lasciarono graffiti e dipinti sulle pareti che raffiguravano bisonti, orsi, mammut, cavalli, uccelli… Pareva proprio che la Storia avesse dimenticato la Sardegna o perlomeno che fosse arrivata nell’Isola con decine di migliaia d’anni di ritardo rispetto al Continente europeo. Ma la Storia, quella remota, nasconde spesso il suo dispiegarsi lungo i secoli e i millenni, e ogni supposta verità o evidenza è sempre e solo interpretazione legata al livello delle conoscenze del presente e spesso è frutto di pregiudizi e di accomodamenti anche ideologici; nuove letture stravolgono ciò che si riteneva acquisito in maniera definitiva. Come affermava John Stuart Mill (On Liberty): la verità può avere solamente un valore provvisorio. L’interpretazione dei reperti archeologici non è né certa né definitiva, e non potrebbe essere diversamente. Basti pensare al continuo perfezionamento e potenziamento dei metodi d’indagine e al continuo apporto della tecnologia al servizio di tutti i rami della conoscenza. Gli storici che esaminano una Civiltà o un periodo storico molto lontano nel tempo, hanno dunque a disposizione strumenti e metodi sempre più attendibili per la datazione dei reperti archeologici, compresa la misurazione radiometrica, la più nota delle quali è l’analisi C-14, o del radiocarbonio. Anche la stratigrafia e le interpretazioni per analogia sono procedimenti diffusi e accettati; senza trascurare l’enorme vantaggio che, nell’ultimo quarto di secolo, proviene dall’uso sempre più generalizzato di Internet che consente la diffusione planetaria e simultanea delle ricerche, degli studi e dei risultati in qualsiasi campo. E’ bene comunque non dimenticare che le certezze scientifiche sono valide in quanto ci permettono di soddisfare una specifica esigenza d’interpretazione e che perciò risultano essere utili: la loro validità verrà messa in discussione da future inevitabili confutazioni. Occorre anche ricordare il ruolo fondamentale (e qualche volta rivoluzionario) che è spesso derivato dalle scoperte casuali che possono dare avvio a campagne di scavo ed esplorazione di siti mai precedentemente individuati

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